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Licorice Pizza è ciò di cui abbiamo bisogno adesso

Licorice Pizza

Ci sono film che sono dinamite, esplodono di vita, hanno un’energia irrefrenabile, trascinante, raccontano la gioia, l’amore, i sentimenti, il grottesco, la follia. Sono film che appena usciti dalla sala hai subito voglia di rivedere tanta è la potenza visiva e l’adrenalina. Licorice Pizza è uno di questi film.

Andando all’essenziale, Licorice Pizza è una storia d’amore atipica – quindi normalissima – di un lui che incontra una lei. Archetipi.

Inizia così, con un piano sequenza da masterclass del cinema, il nono film di Paul Thomas Anderson, che si dimostra per l’ennesima volta (la nona volta ad occhio e croce) un cineasta unico nell’osare, ribaltare, cambiare, rinnovarsi e sorprendere il pubblico come nessun altro è in grado di fare.

Siamo nella California di inizio 70. Gary Valentine è un carismatico attore di 15 anni, a scuola durante la foto dell’annuario scolastico incontra l’assistente del fotografo, Alana 25 anni, e se ne innamora perdutamente. Gli anni di differenza sono tanti, rimarcati continuamente da lei che si vergogna anche solo a parlare con lui, se non fosse per le sue continue e più strampalate idee, per quell’intelligenza così viva che l’attira terribilmente. Ci vorrà la bellezza di un film intero per arrivare ad un bacio, inevitabile e sperato.

Licorice Pizza

Licorice Pizza è un film a malapena narrativo, non c’è una storia vera e propria, è un insieme di scene e di episodi tenuti insieme da eventi e da un caleidoscopio di personaggi piccoli ed indimenticabili. Sean Penn, attore vanitoso e magnetico che si rifà a William Holden. Un fantastico Tom Waits, claudicante, perennemente avvolto da una coltre di fumo che sembra uscito direttamente da Racconti Ravvicinati del Terzo Tipo. Bradley Cooper, istrionico ed esilarante, è Jon Peters, parrucchiere e compagno di Barbra Streisand e Benny Safdie è Joel Wachs primo politico gay di Los Angeles.

Ma i veri ed unici protagonisti sono solo loro due: Cooper Hoffman (dio quanto assomiglia a papà Philip Seymour) e Alana Haim, in uno dei debutti attoriali più notevoli degli ultimi anni. Due corpi fuori norma per Holywood, che non hanno niente dei soliti protagonisti americani, calati in un contesto formalmente eccezionale. Perché Licorice Pizza è montaggio, scrittura, musica, fotografia, tutti sublimati alla perfezione.

Vanno sempre di corsa i due protagonisti, corse a perdifiato, in mille direzioni, insieme, separati, avvicinandosi, allontanandosi e di nuovo avvicinandosi. Licorice Pizza è come un elastico, che si allarga e restringe in continuazione in un sali e scendi frenetico di emozioni. Ha il sapore della giovinezza, gioca con i corpi e la sensualità. L’eccitazione del momento.

Licorice Pizza

Qui Alana Haim è bravissima e magnetica, un fiume in piena che non si limita a dire le battute ma si lascia travolgere dall’istinto. Talento puro, che utilizza ogni muscolo del suo corpo.

Ho letto numerosi pareri in queste settimane sul film, c’è chi dice che è il migliore di PTA, chi il peggiore. È semplicemente un film diverso, di un regista che una volta per tutte dimostra di giocare una partita a parte con il resto di Hollywood. Un film divertente e leggero, che se ne frega delle regole, trasgredisce, guarda al passato con nostalgia e che brilla di luce incandescente, luminosa.

Licorice Pizza è un frammentato mosaico, schegge di vita che si conficcano nel cuore e che fanno bene all’anima. È incoscienza, allegria, risate, follia e sogno.

È un film da vedere Licorice Pizza, ecco che cos’è. Ed è anche cinema, cazzo che Cinema.

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Chief editor e Co-fondatore

Cresciuto a massicce dosi di cinema, fin da giovane età veniva costretto dal padre a maratone e maratone di Spaghetti-Western. Leggenda narra che la prima frase di senso compiuto che uscì dalla sua bocca fu: “Ehi, Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima……” Con il passare del tempo si è evoluto a quello che è oggi: un cinefilo onnivoro appassionato di cinema in ogni sua forma che sia d’intrattenimento, d’autore o l’indie più estremo. Conteso da “Empire”, “The Hollywood Reporter”, “Rolling Stone”, ha scelto Jamovie perché, semplicemente, il migliore tra tutti.