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La terra di Dio – God’s Own Country – Recensione

Johnny Saxby un venticinquenne che vive nel West Yorkshire e lavora come allevatore di pecore nella fattoria di famiglia. Johnny ha un padre invalido Martin e una madre preoccupata per il suo avvenire. Per tal ragione, il giovane ha deciso di rinunciare agli studi pur di mandare avanti la piccola azienda. Ma il ragazzo custodisce un segreto.

Una sessualità repressa, promiscua e occasionale che sfoga dopo essersi ubriacato al pub, segretamente con alcuni avventori. E’ un’anima in pena Johnny. Insoddisfatto e represso. Questo fino all’arrivo di Georghe un giovane rumeno voluto dal padre per dargli una mano, vista l’imminente stagione dell’agnellatura. Il rapporto rude e conflittuale tra i due diverrà presto un sentimento intimo e passionale che cambierà la vita di Johnny per sempre.

Già dalla trama si capisce subito che questa opera prima di Francis Lee, autore televisivo che esordisce al cinema con un film profondamente autobiografico, ha molto in comune con il suo quasi omonimo Ang Lee e quel successo internazionale che fu I segreti di Brokeback Mountain. Persino la locandina è simile: due giovani uomini che volgono lo sguardo in due punti diversi. In effetti l’ingombrante pellicola del 2005, sembra essere una tavolozza di colori che l’esordiente Lee usa per dipingere il suo personale quadro. Un dramma rurale sulla conquista della propria identità sessuale. Una corsa verso la libertà, l’indipendenza emozionale e professionale. Si perchè Johnny grazie all’aiuto di Georghe non scoprirà solo che il sesso può anche essere parte di un disegno esistenziale più grande chiamato amore, ma anche il proprio Heimat. La terra natia, le proprie origini, umili e vere. Come il suo sentimento, il desiderio di liberarsi dal fardello di quell’oscuro segreto.

Con piccole accortezze e gesti sicuri, il giovane ragazzo rumeno insegnerà a Johnny l’amore per il proprio lavoro e quello per se stessi. Il rispetto per la natura e quello per la propria identità.

 

Notevole la performance degli attori in primis del giovane Joshua O’Connor, che avevamo già visto in Cenerentola di Branagh e in due film di Stephen Frears: The Program e Florence.

Nello stesso anno in cui Guadagnino ha portato al Sundance Film Festival, il suo Chiamami col tuo nome, Francis Lee ha esordito, proprio nella stessa manifestazione, con questa piccola pellicola, rude, essenziale ed urgente. A differenza del film italo-americano però La terra di Dio lamenta un approccio fin troppo timido. Francis Lee sembra avere pudore nel mostrare tanto le emozioni, quanto i corpi dei due ragazzi. A differenza dei suoi protagonisti, il regista non si sporca le mani e sembra essere pudicamente attento a non farla fuori dal vasetto. La narrazione inoltre è eccessivamente derivativa, classica e al limite del melò, finendo col tradire i bollenti spiriti dello spettatore, che forse si aspettava di essere maggiormente sorpreso. Quello che manca al film è dunque lo stile anarchico di un Dolan, l’irriverenza di un Almodovar o appunto la freschezza narrativa di Guadagnino. Tutti autori capaci di prendere una storia semplice e trasformarla in opere d’arte rabbiose e insolenti.

God’s Own Country invece, pur nel pieno merito della sua solidità strutturale, parte col voler essere un pugno allo stomaco e finisce col diventare una carezza in volto.

 

Recensione a cura di Giuseppe Silipo