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Train Dreams – La Recensione

“L’albero morto è importante quanto quello vivo.”

Ispirato all’omonimo racconto di Denis Johnson del 2002 (poi modificato e pubblicato nel 2011), il film è ambientato nel Nord-Ovest degli Stati Uniti agli albori del Novecento e ricostruisce, l’esistenza di Robert Grainier, umile bracciante e boscaiolo, lavoratore instancabile, padre e marito premuroso, costretto a trascorrere lunghi periodi lontano dalla moglie Gladys (Felicity Jones) e dalla figlia Kate.

Dramma elegante, sospeso tra la dura vita di frontiera e la modernizzazione di un Paese in continuo cambiamento, Train Dreams è un’opera intima e meditativa. Una sorta di “poema della normalità” che riflette su memoria e responsabilità storiche, dalle radici del razzismo alle ferite ecologiche dovute all’inarrestabile processo di industrializzazione degli States. Film e romanzo si sforzano di non enfatizzare il dramma, ma di essere piuttosto testimonianza dell’esistenza di un uomo semplice, metafora dell’impermanenza della vita, evidente nel dialogo con Claire (Kerry Condon) e nel personaggio interpretato dal solito straordinario William H. Macy.

 

Clint Bentley, al secondo lungometraggio dopo L’ultima corsa (Jockey, 2021) , attinge a un cinema intimamente malickiano, ma meno meditativo e più toccante, fermandosi giusto un attimo prima del melò strappalacrime. Joel Edgerton regge il film sulle spalle con la migliore prova della sua carriera. Lavora costantemente per sottrazione, asciugando i gesti e riducendo al minimo l’enfasi vocale, e lascia che sia il suo volto consumato a restituire il peso di colpe e responsabilità.

La fotografia di Adolpho Veloso, crepuscolare e desaturata, ci mostra paesaggi sospesi tra realismo e una dimensione più onirica, che ben si sposa con l’uso persistente di flashback e con i fantasmi che tormentano la vita di Robert.

Un plauso va anche alla colonna sonora rarefatta e minimalista di Bryce Dessner, dei The National, già autore delle musiche di The Revenant (insieme al compianto Ryūichi Sakamoto e Alva Noto).

Insomma, un film mite e poetico dalla “semplice complessità” che continua a lavorare dentro di noi, ben oltre i titoli di coda.

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Cresciuto a pane e ‘nduja e ganster movie italoamericani, ha deciso di dedicare la sua intera e misera esistenza al cinema, assecondando la dipendenza che esso crea nelle menti e nei cuori degli stolti e sei sognatori.