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The Falcon and the Winter Soldier – la recensione

The Falcon and the Winter Soldier

Per chi ha seguito le vicende degli Avengers lungo questi anni di successo del MCU su grande schermo, la seconda serie Disney a tema “due vendicatori” mostra qualche sprazzo di novità, che si potrà apprezzare meglio solo godendo della visione prima di aver divorato WandaVision.

Il mondo post Steve Rogers è più complicato e solo -specialmente l’America-; un mondo dove anche un ovvio happy ending come il ritorno dall’oblio per metà popolazione crea scompiglio e flange terroristiche: in modo molto semplicistico, diciamo il ritorno alla normalità rende difficile mantenere ciò che davanti a un dramma comune i popoli delle nazioni erano riusciti a fare, cioè mettere da parte confini e diversità. In tutto questo, il buon Sam (un Mackie non proprio brillante per espressività) non se l’è sentita di prendere l’eredità di Cap. America, con delle conseguenze più pesanti di quanto poteva immaginare.

Essendo la serie su un duo, non possiamo non parlare dell’ormai ex Soldato d’Inverno, il Buckie di Sebastian Stan che vive all’ombra delle atrocità commesse contro la propria volontà. Se anche in questo caso abbiamo a che fare con un personaggio e un volto trattenuti, è altresì vero che il dramma degli errori passati, la violenza come definizione della propria esistenza e la scomparsa dell’unico legame col proprio passato ben si sposano con un personaggio chiuso e schivo. Si rimanda a un flashback in Wakanda per le capacità attoriali di Stan.

The Falcon and the Winter Soldier

Se l’ossatura di The Falcon and the Winter Soldier è da media rispetto a buona parte della produzione Marvel (sequenze d’azione lunghe e non sempre chiare; villain difficile da ricordare, piacevoli strizzatine d’occhio per i fan storici), va riconosciuto come si sia osato di più di diversi frangenti. La violenza resta prettamente suggerita e non mostrata; ciò non toglie che vi siano momenti forti anche per l’impatto simbolico. Di certo questo aspetto è rimarcato in suolo americano, ma l’associazione tra USA e sangue non lascia mai spazio a equivoci.

E’ altrettanto inequivocabile l’annosa questione razzista che da Europei vediamo solo attraverso i media; detto questo, se avete visto uomini di colore morire violentemente per mano di poliziotti o edifici di rilevanza politica venire assaliti da suprematisti bianchi e parenti stretti, allora un’idea di come il problema sia ramificato nel contesto americano ce lo avete. In tutto questo, va quindi fatto un plauso alla Disney per aver detto la sua su un media che dopotutto sarebbe potuto restare super partes, tra dei dell’Olimpo, alieni e androidi. E invece Sam è nero, porta il simbolo dell’America addosso come il collega biondone occhi azzurri; un argomento scomodo e ben gestito per una serie classica di supereroi.

Di certo la serie non brilla per originalità (in questo WandaVision si posiziona diverse spanne sopra) né per interpretazioni (fa eccezione ogni singolo minuto in cui va in scena il Barone Zemo), ma resta un prodotto di intrattenimento valido con buoni indizi di una crescita matura del MCU di cui forse potremo godere appieno nei prossimi film.

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Dr.Gabe
Direttore e Fondatore

Il lavoro e la vecchiaia incombono, ma da quando ho memoria mi spacco di film di fantascienza, dove viaggio di testa fino a perdermi, e salto in piedi sul divano per dei tizi che si menano o sparano alla gente come fossero birilli. Addolorato dalla piaga del PG­13, non ho più i nervi per gli horror: quelli li lascio al collega, io sono il vostro uomo per scifi, azione e film di pistolotti metacinema/mental/cose di finali tripli.