“Il luogo da dove venite non c’è più, e quello dove credevate di essere diretti non è mai esistito, e niente, al di fuori di voi, può darvi un posto. Voi stessi, in questo momento. È l’unico posto che avete.”
Flannery O’Connor
Laddove molti film musicali si limitano a seguire l’arco narrativo ormai canonico dell’ascesa, della caduta e della redenzione dell’artista, spesso immersi in toni gloriosi e agiografici, Springsteen: Liberami dal nulla compie la scelta opposta: racconta non il mito, ma l’uomo che lo abita e ne è prigioniero.
Il regista Scott Cooper sottrae ogni retorica per mostrarci un Bruce Springsteen alla ricerca di un luogo nel mondo, smarrito in un paradosso esistenziale: tutti sanno chi è, tranne lui. La scena iniziale, in cui il venditore d’auto gli dice «So chi è lei» e lui risponde, quasi con malinconico sarcasmo, «Beato lei che lo sa», è la perfetta sintesi di questa crisi d’identità.
Il film non parla tanto della fama quanto del suo vuoto.
È la storia di un uomo che combatte con la propria ombra, con il padre e con la genealogia interiore che lo perseguita. Quell’eredità emotiva e psicologica che Bruce Springsteen porta dentro di sé, fatta di memorie, traumi, silenzi e convinzioni trasmesse dalla famiglia e dall’ambiente in cui è cresciuto. Cooper, come già in Crazy Heart (2009), indaga l’artista non nel momento della gloria, ma in quello della frattura, quando la musica diventa un atto di sopravvivenza e di autoanalisi, non di celebrazione.
A differenza del suo film d’esordio, Scott Cooper si affida a una narrazione non lineare. Si muove avanti e indietro nel tempo: dai ricordi in bianco e nero della sua adolescenza al presente, in una casa spoglia del New Jersey che diventa un laboratorio creativo per una musica priva di orpelli.
Ed è in quel presente, mentre procede nella registrazione solitaria delle tracce di Nebraska, che Cooper inserisce anche un dialogo visivo e mentale con opere cinematografiche che fungono da specchio: film come quelli di Terrence Malick o di Charles Laughton, che entrano come echi di fratture generazionali e di conflittualità con l’autorità paterna.
Acquistano una forte valenza metacinematografica la scena di Martin Sheen che uccide a sangue freddo il padre di Sissy Spacek in La rabbia giovane, così come le molte ombre di Robert Mitchum in La morte corre sul fiume. Sono film nel film che fanno emergere la parte più oscura del Boss, ma che possiedono anche una suggestione formale di grande potenza.
Da elogiare, ovviamente, le interpretazioni — non tutte, a dire il vero, ma senza alcun dubbio quelle dei due Jeremy: Allen White e Strong. Il primo non imita Springsteen: lo vive, vocalmente e umanamente, restituendo una verità fatta di esitazioni e dolori taciuti. Jeremy Strong, invece, interpreta un’anomalia nel panorama dei biopic: un agente non avido di denaro, ma amico e complice dell’artista. È lui a ricordare al cantante la frase dello scrittore Flannery O’Connor (citata sopra), secondo cui, al di là del passato che abbiamo vissuto e a prescindere dal futuro che ci attende, ognuno di noi deve essere il proprio unico “luogo abitabile”.











Marketing e Comunicazione