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Quattro chiacchiere col regista Emilio Briguglio!

Buongiorno Emilio! Con quali film e in che periodo della tua vita nasce la passione per il cinema? Inoltre, prima di parlare delle tue esperienze come regista e sceneggiatore, vorrei ci soffermassimo sulla tua carriera di attore teatrale…

Più che per la passione del cinema in senso stretto, il mio grande tormento (in senso positivo) da sempre è stata la recitazione, la buona recitazione. Avevo otto anni e mi hanno messo su un palco di una scuola padovana, dove insegnava mia madre. Lei e i suoi colleghi mi hanno fatto cantare “I Watussi” davanti a centinaia di persone. Non mi sono emozionato per niente e sul palco mi sentivo a casa mia. Lo stesso mi succedeva quando mi guadagnavo qualcosa da studente facendo cabaret con la mia chitarra nelle feste. Poi il teatro, quando avevo la parte di Lunardo nei “Rusteghi” di Goldoni o di Argan nel “Malato immaginario a Venezia”, un riadattamento dell’attore e regista Roberto Citran dell’opera di Molière.

Ho amato da sempre i grandi film del neorealismo maggiore, minore, rosa che fosse: Germi, Pietrangeli, De Sanctis, Castellani, Rossellini e altri. Li preferivo ai cartoni animati. Soprattutto ho sempre amato Vittorio De Sica come attore e come regista. Ho poi avuto la fortuna di avere maestri come Giuseppe Ferrara e Luciano Emmer, che mi hanno schiarito l’orizzonte sul mondo del cinema. E’ stato fondamentale per me conoscere Luciano Emmer, conosciuto dai più come l’inventore di “Carosello”, ma un pioniere del neorealismo cosiddetto minore, probabilmente perché in contrasto con i poteri forti di allora, con il capolavoro “Domenica d’agosto”. Luciano Emmer esordì come documentarista.

La sua opera prima, un documentario sulla padovana “Cappella degli Scrovegni “, datato 1939, aveva come voce narrante Emilio Cigoli, uno dei doppiatori più famosi di sempre (John Wayne e Jean Gabin, per far qualche nome di attori doppiati da lui). Io ebbi l’onore di vederlo integralmente con la presenza del regista in sala. Sono tutti piccoli tasselli che hanno contribuito a infondere in me una passione sfrenata per la settima arte. La passione per il cinema (e per il teatro) è stata anche terapeutica per me. Ho avuto momenti molto difficili nella mia carriera di medico in prima linea. E il cinema mi ha aiutato moltissimo. C’è stata recentemente una proposta molto intelligente da parte di un politico avveduto: il cinema negli ospedali. Sarebbe una buona cosa per pazienti ma anche per operatori.

A inizio carriera, un po’ come tutti, hai diretto molti cortometraggi.  Quello al quale sei piu’ affezionato?

Tra i tanti cortometraggi che abbiamo girato durante i master con Giuseppe Ferrara, “Lovers” e “Mondo meraviglioso” sono stati quelli che mi hanno più emozionato. Io ho fatto l’attore protagonista e dei miei colleghi hanno firmato la regia, ma dietro la macchina da presa, quando non dovevo recitare, c’ero sempre io. In uno si raccontava la storia, tra finzione e realtà, di un attore che guarda se stesso allo specchio e non capisce chi ha davanti, se lui o il suo personaggio. Nell’altro un malato mentale uccideva chiunque lo guardasse male (forse un po’ attuale?). Come regista ne ho fatti altri, molti di esercizio con il maestro Ferrara alle mie spalle che mi insegnava.

I cortometraggi sono molto complessi da fare, perché in pochissimo tempo devi raccontare una storia ed è necessario svilupparla emozionando te stesso e chi vedrà la tua opera. I cortometraggi sono fondamentali per imparare a fare il regista, poiché un lungometraggio è un lavoro improbo se non si è fatto molto esercizio di set, o con cortometraggi, o come co regista o come aiuto regista. L’opera prima di Federico Fellini, ad esempio, è stata realizzata in co-regia con Alberto Lattuada: “Luci del varietà”, uscito nel 1951, è rimasto nella storia del cinema come un grande capolavoro.

Nel 2009 giri il tuo primo e premiatissimo lungometraggio, “L’appello”.  Al sottoscritto è piaciuto tantissimo, soprattutto perché toglie il velo all’ipocrisia di un certo modo di vivere nel nord-est. Ci puoi raccontare la genesi dell’opera?

Prima di fare l’opera prima, bisogna esercitarsi molto, come già detto. Ce lo dicevano entrambi, Ferrara ed Emmer, che avevano cominciato con dei documentari. Avendo fatto il medico in prima linea per molti anni e avendo da sempre avuto la passione del cinema, sognavo di fare un film su quello che vedevo nella realtà. Poi, avendo avuto come maestro Giuseppe Ferrara, che ha quasi sempre fatto film d’inchiesta, ho deciso che sarebbe stato interessante occuparmi di temi sociali. Il bullismo era uno di questi. Il bullismo c’è dappertutto, ma se lo mettiamo insieme alla weltanschauung (visione del mondo letteralmente, ma è un concetto filosofico più ampio) del Nord-Est, diventa molto più accattivante.

Più che l’ipocrisia, con cui dobbiamo aver a che fare, ahimè, quotidianamente e non solo nel Nord-Est, mi ha sempre colpito la scarsezza di sensibilità di certe persone di fronte ai problemi degli altri e alle loro disgrazie. E più gli altri sono deboli, più li colpiamo. Ecco, questo mi fa male. Mi fa soffrire. I poteri forti che spopolano negli ambienti, i bulli a scuola, le violenze sulle donne, le stragi cui assistiamo negli ultimi tempi, il non rispetto per chi è meno fortunato di noi e così via. Raccontare queste cose nel cinema secondo me giova, perché stimola alla discussione, conduce a parlare di problemi veri, importanti, senza cercarne per forza la soluzione. Questa fondamentalmente la genesi della mia opera prima, di alcune che ho fatto dopo e di quelle che riuscirò a fare.

“Gitta Schilling – bellezza senza tempo”, un documentario. Quali sono le differenze e le eventuali difficoltà in più di girare un documentario anziché un film?

La risposta non è semplice, specialmente nel presente in cui si vedono documentari che vincono i festival più importanti e sono in sostanza equiparati ai film di finzione. Io penso che sia giusto che il “cinema del reale”, qualora si dimostri di buon livello, sia parificato al cinema di fiction. La documentaristica è comunque un campo infinito e affascinante. La difficoltà di fare un buon documentario sta, a mio avviso, nel non interrompere un’armonia che si crea con la storia che si vuole raccontare. Mi spiego: ho visto recentemente un documentario sulla vita di Frank Sinatra. E’ un documentario che ha vinto l’Oscar e si capisce perché: tutta la narrazione è stata continua, nessuna interruzione dovuta a interviste, figure di esperti che dicevano la loro e altro.

La vita del grande personaggio è stata descritta continuativamente, dalla nascita alla morte, non fossilizzandosi in canzoni più famose o in altri personaggi più o meno famosi che avrebbero potuto spezzare in qualche modo il racconto. La difficoltà di raccontare un personaggio celebre in tutto il mondo come Sinatra riguarda poi soprattutto gli aspetti della sua vita inediti, senza affondare colpi nei luoghi comuni e accompagnando la persona Frank in tutta la sua vita. Non è facile, perché si rischia di scendere nel banale, nel consueto, nel noioso.  Il documentario su Gitta è nato quasi per caso: stavo scrivendo una sceneggiatura che parlava di una storia d’amore di una donna in un’età ormai non più verde, e cercavo una possibile candidata attrice per il ruolo di protagonista.

Io avevo già le idee chiare, ma un mio caro amico mi ha voluto presentare una signora vicina agli ottant’anni che, secondo il mio amico, avrebbe potuto ricoprire quel ruolo. Così ho conosciuto Gitta Schilling, la più famosa top model degli anni ’50 – ’60, berlinese, una donna stupenda che vive sola ad Asiago e che mi ha affascinato fin da subito. Mi ha colpito il suo essere donna sola e indipendente, il rispetto verso se stessa nonostante avesse sacrificato fama, successo, benessere e tanto altro per amore di un uomo (italiano) già sposato con figli, che lei ha amato tutta la vita senza pretendere nulla.

Nonostante questi sacrifici, lei ha vissuto il suo amore serenamente, ha avuto la dignità di non ricorrere agli artifici di chirurgia estetica per migliorare il suo aspetto e sta vivendo tuttora la sua età con ammirevole serenità interiore. Gitta non avrebbe mai fatto un ruolo di attrice, poiché lei poteva essere solo interprete di se stessa; per cui ho realizzato un documentario su alcuni frammenti della sua vita.

Aver conosciuto Gitta mi ha fatto capire che la solitudine è un diritto che in genere è calpestato da luoghi comuni e può essere un privilegio che molte donne potrebbero sfruttare in mancanza di veri valori e di affetti sinceri. Inoltre mi ha dato la forza e l’impulso di continuare a scrivere storie di donne, attraverso racconti, episodi vissuti in prima persona, documentazioni varie raccolte nel tempo, compreso un best – seller di alto impatto emotivo che racconta la storia di una donna ebrea olandese insegnante di ballo deportata ad Auschwitz. Quest’ultimo è un film che vorrei realizzare prossimamente.

Ci puoi dire qualcosa di un’altra tua opera, non molto conosciuta, “Voci della ribalta”. E’ anch’essa un documentario?

Si,  è anche questo un documentario su alcuni ragazzi cosiddetti “difficili” della neuropsichiatria infantile di un’ULSS padovana.  “Ragazzi con dei problemi” li classificherebbe l’opinione comune. Nonostante, infatti, siano ragazzi con diverse difficoltà (l’età, le esperienze negative del passato, l’etnia per alcuni) e vivano in una parte d’Italia (il Nord-Est Italiano) identificata da molti come razzista, si sono messi in gioco davanti alla macchina da presa e hanno dimostrato che non tutto il nord – est è razzista. Forse molti loro coetanei più fortunati sarebbero stati reticenti.

Farouk, Youssef, Cristian, Sambare, Sissi, Gabriel e Gilles, sette teenager che la vita ha deciso di mettere di fronte a problematiche tra le più disparate ma che hanno un obiettivo comune: essere pronti immedesimarsi sia in un’atmosfera magica come quella di stare davanti a una macchina da presa, sia di gettarsi in una situazione apparentemente lontana da loro stessi come quella del teatro. E’ proprio tra le pagine di Luigi Pirandello, in modo particolare con l’umorismo pirandelliano della novella “La Patente”, che questi ragazzi dimostrano il loro desiderio di mettersi alla prova con un’esperienza umana così profonda come quella del teatro.

Attraverso interviste mirate a contestualizzare ognuno di questi piccoli mondi, il percorso si fa più interessante quando le esperienze dei ragazzi si mettono a confronto e s’impastano come tante minuscole palline di “pongo” di diverso colore e consistenza che assieme formano una massa multicolore e piena di vita. L’approccio è di piena disposizione nei confronti del singolo affinché veda nella telecamera un confidente e non un occhio invadente. Le pause, i silenzi, gli sguardi incerti fanno parte di un’età che rende i ragazzi insicuri rispetto ai modelli di finta perfezione proposti dai mass media. La volontà di questo lavoro è invece di arricchirsi attraverso le diversità che rendono gli esseri umani tali.

“My name is Ernest”, un documentario sullo scrittore Hemingway. Come andò in quell’occasione?

Il docu-film “My name is Ernest”, di cinquantasei minuti circa, è un prodotto nato per la televisione e ricostruisce i due macro-periodi in cui Hemingway ha conosciuto il Veneto, facendo notare come questa sua grande passione lo abbia profondamente ispirato nel corso della sua vita e nella realizzazione di alcuni dei suoi capolavori: “Addio alle armi” e “Al di là del fiume tra gli alberi”. Il film tratta la figura di Hemingway in un’ottica completamente nuova, facendo emergere non tanto la sregolatezza della sua vita, quanto la purezza del suo genio.

Grazie ad immagini provenienti da archivi originali dell’epoca e, soprattutto, alle ricostruzioni di accurati set cinematografici, lo spettatore è accompagnato in un viaggio non solo nel tempo ma nell’animo di quello che è stato uno degli scrittori più importanti del ‘900. Girato nell’autunno del 2012 fra Torre di Mosto, i Colli del Montello, Chioggia, Abano Terme, Fossalta di Piave, Verona, Padova, Cortina, Caorle, Schio, il film ripercorre i periodi storici che il grande scrittore americano, Ernest Hemingway, ha trascorso in Veneto, nel corso della prima guerra mondiale, come volontario della Croce Rossa, e nel secondo dopoguerra, in un periodo di vacanza, in cui fece diventare celebri località come Cortina, Caorle, raccontando gli amori incontrati: Agnes Von Kurowsky e Adriana Ivancich.

Il film, prodotto dalla padovana Venice Film Production, in collaborazione con Running Tv International, ha ottenuto altresì l’eleggibilità culturale dal MIBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali). Per mia scelta ho preferito separare le interviste fatte ai vari personaggi che hanno conosciuto Hemingway in Veneto dalla docu-fiction vera e propria. Secondo me, nei documentari, e a maggior ragione nelle docu-fiction, le interviste spezzano una specie d’incantesimo che è fornito dalle immagini d’epoca, consolidate con la parte fiction. E’ una precisa scelta registica che ho voluto far valere in fase di montaggio.

L’anno scorso hai girato una commedia agro-dolce con attori importanti, “Una nobile causa”…

”Una nobile causa” è stato un parto lungo per questioni di budget e di attori di un certo livello. Dopo aver ultimato la sceneggiatura, abbiamo realizzato un teaser, una specie di trailer pubblicitario pre-riprese fatto per invogliare gli investitori. Nel teaser Giancarlo Giannini interpretava il ruolo dello psicologo. Aver lavorato, anche se per poco tempo, con un mostro sacro come lui, è stata per me un’esperienza indimenticabile. Purtroppo, nel periodo in cui doveva essere girato il film, Giancarlo era occupato e ho pensato subito a un altro attore, altrettanto bravo ed esperto: Antonio Catania era l’attore ideale che poteva interpretare quel ruolo.

Le altre difficoltà erano dovute a impegni vari degli altri attori: Francesca Reggiani, Roberto Citran, Nadia Rinaldi erano impegnati in teatro, mentre Giorgio Careccia, Rossella Infanti hanno dato l’anima per interpretare la loro parte, con un periodo di coaching molto consistente, ma importantissimo per il film. Poi c’erano Massimo Bonetti, Massimo Foschi, Carla Stella, Eleonora Fuser, Nina Senicar, e i giovani bravissimi Giulia Greco, che ha partecipato a molti film con Carlo Verdone, e non solo, e Guglielmo Pinelli, scoperto da Virzì per “il Capitale umano”. Il film verte su un problema che si sta rivelando devastante negli ultimi anni: il gioco d’azzardo. Mentre tanto tempo fa i casinò in Italia si contavano nelle dita di una mano, ora giocare è facilissimo: lo puoi fare anche sotto casa.

Molti critici si sono ribellati al fatto che il film trattasse un argomento simile con i toni della commedia. Altri hanno esaltato questo stile di regia. Recentemente ho visto “Ammore e malavita” dei Manetti Bros, un vero capolavoro, a mio avviso. I registi hanno avuto il coraggio di trattare un argomento molto ostico e difficile come la camorra con i toni del musical e della commedia. E’ uno stile di regia che amo molto e che rifarei. Per quanto riguarda le recensioni, ce ne sono state di buone e di “cattive”, come il solito.

Tutti i registi, in generale,  credono di fare capolavori, se non altro per la fatica che si fa a portare a termine un progetto. Le buone osservazioni, anche se in negativo, nei confronti di un film vanno comunque accettate, secondo me. Le critiche sono spesso costruttive e servono a far crescere operatori del settore e pubblico. Altre recensioni fatte secondo i giochi dei poteri forti, o solo col fine di denigrare lavori anche di buon livello, possono far male al nostro cinema, più che rinvigorirlo.  A me, per ora, è andata bene.

Cosa ne pensi del cinema indipendente italiano degli ultimi anni?

Se devo essere sincero, non ho mai capito cosa significhi cinema indipendente. Se la caratteristica principale è il basso costo di un film, allora la stragrande maggioranza dei film sono indipendenti, anche perché siamo lontani dalla realtà delle Majors americane, con l’industria vera che partorisce film con costi stratosferici. Questo è altrettanto vero pensando al fatto che oggi si gira col digitale, per cui siamo lontani anche dai vecchi film in pellicola con costi proibitivi. Il problema è ampio. Provo a fare una simulazione: pensiamo a registi che hanno fatto poco, ma soprattutto film d’autore.

Anche se premiati, troveranno difficilmente un produttore, diciamo così, non indipendente che possa dare loro credito, salvo che non si basi solo sulle amicizie personali o occasionali. E se un regista cosiddetto “indipendente” riesce a essere ingaggiato da un “vero” produttore, i contrasti sarebbero infiniti per il probabile mancato guadagno. Infatti, un regista che ha fatto film d’autore, vuole essere autonomo nelle scelte artistiche, e questo molti produttori non lo permettono. Oppure un regista, se ha i soldi, si fa il suo film da solo. Poi chi lo vede? Non tutti i giorni capita un “Lo chiamavano Jeeg Robot”, film autoprodotto diciamo “indipendente” che è riuscito a sfondare il mercato.

A questo punto sorgono molti interrogativi, almeno per la realtà italiana. È lasciata libertà espressiva al regista in un film non indipendente? Chi sono oggi i produttori non indipendenti? Perché la produzione e soprattutto la distribuzione è in mano a poche persone? I distributori e i gestori delle sale sono indipendenti o “dipendono” da situazioni particolari? Quali film riescono ad andare in televisione? Si può dire che oggi non esistono più, salvo le dovute eccezioni, i produttori veri di tanti anni fa come Cecchi Gori o Lombardo? I produttori di oggi sono per la maggior parte produttori esecutivi? Siamo in Italia e, come in tutti i mestieri, anche nel cinema le cose sono molto complicate. E le domande che non troveranno risposte sono molte.

Fatto sta che il cinema italiano, indipendente o meno, è pieno di persone entusiaste, con voglia di fare. E non parlo solo di registi o attori, ma anche degli altri mestieri del cinema. Secondo me con una buona politica, con regole chiare e limpide senza artefatti o strettoie, si potrebbe arrivare a dei traguardi impensabili. Come in altri lavori cosiddetti “non artistici” tipo medico, avvocato, imprenditore, ecc., burocrazie, mancanza di regole chiare, poteri forti che hanno il predominio su tutto, politiche mancanti o sbagliate, fanno si che la passione, la voglia di fare, il genio, il talento e soprattutto l’entusiasmo di molti addetti ai lavori si diradi sempre di più. Speriamo bene. Cerchiamo di essere ottimisti.

Jamovie è un sito di cinema seguitissimo dagli appassionati di cinema horror. Ti piace il genere? Se si, quali sono i tuoi horror preferiti?

Sinceramente non è un genere che seguo. Ho amato tanto i pilastri di questo tipo di film, come “Shining” e “Psyco”, che hanno fatto scuola a generazioni di registi, “L’esorcista”, ma soprattutto quelli di Dario Argento, come “Profondo rosso”. Per gli appassionati con questo mio elenco sono sicuramente alle scuole elementari. Qualche tempo fa un ragazzo molto giovane, ma un vero esperto della materia, mi ha mandato una sceneggiatura veramente accattivante e inedita di una serie televisiva sugli zombie. Io avevo visto da piccolo “La notte dei morti viventi”. La sceneggiatura che ho letto si avvicinava a quello stile, ma in chiave moderna. Auguro a quel ragazzo che riesca a realizzare il suo sogno perché ha un tesoro in mano. Altro non saprei cosa dire sul genere che tu segui. Ritengo comunque che un buon film sia sempre gradito, qualunque sia il genere.

La solita domanda: progetti in cantiere??

Tre film: una trilogia sull’essere donna. Il primo, “Quanta bella gente”, ambientato ai nostri giorni, riguarda un po’ tutto ciò che sta intorno a una donna di oggi: i social, il web, anche qualcosa di più pesante (deep web) e tanto altro. Il secondo progetto riguarda una storia sconosciuta del passato, quella di una “ragazza” nata nel 1914, ebrea di terza generazione e ballerina di professione, che durante la deportazione ad Auschwitz, riusciva a nutrire se stessa e molti altri deportati insegnando a ballare alle SS ed essendo premiata con del cibo. Una piccola Schindler. La storia è stata scoperta per caso ai giorni nostri da un nipote, che ne ha scritto un best-seller venduto in tutto il mondo.

La signora Rosie, così si chiamava, è morta nel 2000, riuscendo a portare a termine tutte le sue lotte durante una vita travagliata ai massimi livelli. Il terzo progetto riguarda una Padova esteticamente monumentale e socialmente venefica, con l’amore per la fotografia che incrocia le vite di due giovani. I due, travolti dai segreti di un’eredità, saranno trascinati verso un tragico e incognito epilogo. Anche in questo progetto la protagonista è una donna, parafrasando un capolavoro di Antonio Pietrangeli: “Io la conoscevo bene”. Il film, infatti, ha come titolo “Io (non) la conoscevo bene”.

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Redattore

Cinefilo incallito fin dalla tenera eta', collezionista di film e organizzatore di eventi di cinema e musica. ha organizzato 4 edizioni della "splatter holocaust night", festival di musica metal e corti horror; decine di concerti rock, punk e metal. Appassionato soprattutto di horror estremo, ma anche di film d'autore europei e della buona fantascienza; ha un debole per gli spaghetti western.