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No Other Choice – Non c’è altra scelta

In una società sempre più competitiva, la paura di non raggiungere o peggio ancora di perdere la posizione sociale non ci lascia altra scelta.

La chiamano “status anxiety” e No Other Choice può essere letto come una parabola cupa e beffarda di questo concetto.

Il dodicesimo film del regista coreano Park Chan-wook è tratto dal romanzo di Donald E. Westlake The Ax (1997), già adattato per il cinema vent’anni fa da Costa-Gavras con il film Cacciatore di teste.

No Other Choice segue le vicende di Man-soo (Lee Byung-hun), un apprezzato dipendente di un’azienda cartaria, pienamente integrato e soddisfatto della sua vita professionale e familiare. Dopo 25 anni di onorata carriera, l’uomo perde il lavoro quando una ditta americana acquisisce l’azienda, licenziando gran parte del personale. Mentre il tempo passa, la pressione economica e soprattutto sociale si fa insostenibile; nel tentativo di preservare la sua dignità e quella della famiglia, il protagonista si trova a considerare scelte estreme che non avrebbe mai immaginato.

No Other Choice è un’opera pessimista, brillante e profondamente politica che accusa il sistema, il capitalismo predatorio, il neo-feudalesimo economico, ma anche la middle class, lungi dall’essere una vittima innocente.

La vera tragedia non è la perdita del lavoro o dello status, ma l’incapacità di concepirsi al di fuori del sistema.

Se con Parasite Bong Joon-ho ha costruito un mondo diviso verticalmente, una lotta di classe tra due famiglie che si osservano, si sfiorano e infine collidono, No Other Choice, al contrario, si focalizza su una lotta interna alla stessa classe, quella borghese. Il film non guarda dal basso verso l’alto, bensì dall’interno di uno status già conquistato. A Park Chan-wook interessa maggiormente indagare su come il privilegio generi assuefazione e paura, creando una condizione di ricattabilità permanente. Un contesto che trascina il protagonista in una spirale di decisioni estreme e paradossali.

Fin dalla Trilogia della vendetta (Mr. Vendetta, Oldboy, Lady Vendetta), Park ha esplorato personaggi intrappolati in sistemi di obblighi, debiti e necessità che li spingono verso atti estremi e apparentemente assurdi.

Una condizione ideale perché il tragico si accompagni all’ironia, vero e proprio stilema del suo cinema, e lo sguardo resti beffardo anche nei momenti più drammatici del film, dal momento che per Park Chan-wook il cinema è un gioco: terribilmente serio, ma pur sempre un gioco.

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Cresciuto a pane e ‘nduja e ganster movie italoamericani, ha deciso di dedicare la sua intera e misera esistenza al cinema, assecondando la dipendenza che esso crea nelle menti e nei cuori degli stolti e sei sognatori.