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L’agente segreto – La Recensione

Brasile, 1977, nel pieno della dittatura militare: Marcelo (Wagner Moura) torna a Recife dopo anni di assenza con l’intenzione di rivedere il figlio e lasciarsi alle spalle un passato segnato dalla repressione politica. Ma appena messo piede nella sua città natale Marcelo capisce di essere finito in una rete di sorveglianza che coinvolge polizia e ambigui informatori. Presenze civili e istituzionali di un Paese attraversato dal sospetto e dalla paura del regime.

Diretto e sceneggiato da Kleber Mendonça Filho, L’agente segreto (O Agente Secreto) utilizza gli stilemi tipici del noir e dello spy movie per costruire un’atmosfera di paranoia progressiva, strutturando un’articolata indagine sulla natura dell’autoritarismo.

Una meditazione cupa e spietata sulla memoria storica del Brasile.

Mendonça Filho ambienta il film a Recife, capitale del Pernambuco e fulcro della sua cultura, città natale del regista, come già era accaduto per il precedente documentario Retratos Fantasmas e, ancor prima, per Aquarius. Con quest’ultimo film del 2016 aveva raccontato la resistenza ostinata di Clara (Sônia Braga), che si rifiutava di vendere il proprio appartamento all’impresa di costruzioni intenzionata a demolirlo, opponendosi a un sistema che tentava di cancellare la memoria e la dignità personale, usando lo spazio domestico come campo di battaglia simbolico.

Dieci anni dopo, con L’agente segreto, quella tensione si sposta dal microcosmo privato a uno scenario apertamente storico-politico: non più la lotta per preservare un appartamento, ma la sopravvivenza stessa dell’identità in un regime fondato sulla delazione e sul controllo.

L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho non si limita a fungere da monito per un Brasile incline a rimuovere le ombre e le brutture della propria stagione dittatoriale, ma è anche un avvertimento rivolto a tutti quei paesi in cui un’amnesia collettiva ha permesso ai “rigurgiti fascisti” di entrare in Parlamento e di orchestrare, dall’interno, quel processo democratico che per anni hanno dileggiato e, ancor peggio, negato.

Chiudo con le parole dello stesso regista:

«Il mio Paese ha un problema di amnesia, di perdita di memoria, aggravato dall’amnistia introdotta nel 1979 e proposta dallo stesso governo. È diventato normale commettere ogni sorta di crimine violento e poi cancellare tutto con una spugna, andare avanti e guardare al futuro».

La cosa vi suona familiare?