Paul è un uomo di quarant’anni che lascia il suo lavoro per provare a dedicarsi alla scrittura. Ma quando i soldi iniziano a finire, la scelta si scontra con la realtà. Entra così in una fase di crisi economica e, per andare avanti, comincia a cercare piccoli impieghi attraverso una piattaforma online, accettando lavoretti semplici e saltuari. È in questo nuovo equilibrio precario, tra necessità quotidiane e desiderio di scrivere, che il film segue la sua difficoltà a restare fedele a sé stesso.
La mattina scrivo della regista francese Valérie Donzelli evita accuratamente tanto la mitologia romantica dell’artista.
Quello che le interessa è piuttosto la lenta modificazione di un corpo e di uno sguardo (Bastien Bouillon) sotto pressione, il modo in cui il desiderio di restare fedeli a una necessità interiore entra in conflitto con le esigenze concrete della sopravvivenza.
Il film trova nella gig economy il suo contrappunto più amaro.
Quello che doveva essere il tempo libero per scrivere viene assorbito da una forma di lavoro frammentata, instabile e senza vero orizzonte. In questo senso, La mattina scrivo mostra bene come le piattaforme digitali non rappresentino soltanto una soluzione pratica alla crisi economica, ma anche il simbolo di una precarietà contemporanea che consuma energie e identità.
Donzelli non idealizza il fallimento, non estetizza la sofferenza e non cerca scorciatoie sentimentali.
Preferisce lasciare che siano i dettagli e gli scarti minimi del quotidiano a costruire il senso di una deriva che non coincide mai del tutto con una sconfitta.
La mattina scrivo è un film appartato che lavora in sottrazione. Una pellicola che si distingue per intelligenza formale e sensibilità critica, che analizza una realtà senza trasformarla in slogan.
Urgente e attuale.










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