Home Rubriche Outsider Figlio di nessuno – di Vuk Ršumović (2014)

Figlio di nessuno – di Vuk Ršumović (2014)

Un ciclo. Un percorso chiuso. Si parte da un punto, e passando per varie situazioni si ritorna al punto di partenza.

“Polvere siamo e polvere ritorneremo”. Calza proprio a pennello questa citazione con l’esordio alla regia di Vuk Ršumovic che con il suo “Figlio di nesusno” è riuscito a vincere la settimana della critica all’ultimo festival di Venezia ed il premio FIPRESCI, oltre ad altre affermazioni alle varie rassegne in cui è stato presentato.
C’è un ragazzo, che di umano ha poco perchè cresciuto nella foresta con i lupi. Un gruppo di cacciatori lo prende e lo porta in un istituto a Belgrado, dove gli viene data ospitalità ed un nome : Haris Puchke.
L’integrazione del ragazzo però sembra impossibile : mangia come un lupo, ringhia, non parla, non sta in posizione eretta, e odia assolutamente calzare qualsiasi cosa ai piedi.

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Un’integrazione molto difficile per Puchke.

Per fortuna però, all’interno della struttura, molto fatiscente nella Belgrado dell’epoca in cui la storia (che si presume ispirata ad eventi reali) si svolge, ci sono un giovane educatore con del cuore, ed un ragazzo, Zika, che con tanta speranza, ed ancor più pazienza, cercano di introdurlo al mondo reale, di farlo diventare un ragazzo come gli altri, nel parlare, nell’atteggiarsi, nel vestire, nel modo di stare in piedi.
Impresa che dopo moltissimi sforzi sembra riuscire.

 

Ma torniamo un attimo indietro, torniamo alla “Belgrado dell’epoca” : l’epoca di cui parliamo è l’anno 1988, il generale Tito non c’è più, e la Jugoslavia si appresta a vedere davanti al suo nome due lettere che significheranno molto molto sangue e violenza per tutta la regione dei Balcani : EX.
Siamo agli albori di una delle guerre più devastanti e distruttive per il genere umano da dopo la Seconda Guerra mondiale, e un giorno, anche un rinato Haris, ancora adolescente, e più simile ad un essere umano che ad un lupo, riceve una lettera, una convocazione, dalla Bosnia – Erzegovina, che rivuole il ragazzo indietro. Ed in quel periodo ricevere lettere così, non era affatto nei sogni di nessuno.

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E’ l’ora di partire, povero Puchke.

La pellicola di Vuk Ršumovic ci pone davanti ad un quesito molto importante : un ragazzo che viene strappato dalla foresta e civilizzato, dovrebbe essere il sogno di chiunque. Ma alla vigilia della guerra dei Balcani, e soprattutto alla vigilia di quello che è stato fatto durante la guerra dei Balcani, soprattutto al popolo bosniaco, vuole, attraverso questo film farci domandare se sia meglio essere civilizzato o vivere tra le bestie, o se vivere nel mondo civilizzato non sia bestiale ancor più di vivere nelle foreste come un lupo.

Essere civilizzato significa oltre che avere una postura retta, saper leggere e srivere, anche una cosa molto più importante, che comporta grande responsabilità : provare dei sentimenti. Siano essi brutti o belli, un essere umano ha un cuore, e quel cuore piano piano lo acquista anche il giovane Haris, che passa dall’indifferenza di chi lo ha accolto, alle prese in giro dei ragazzi dell’istituto, alla compassione del giovane Zika, per poi scoprire da molto vicino, una cosa che nel mondo animale non c’è : la guerra.
Senza aprire un dibattito sul fatto che anche un animale, un cane, un gatto, o qualsivoglia bestiolina possa avere un cuore, di certo in quel mondo la parola guerra non ha il significato devastante che ha in quello umano, ed una volta che la vediamo davanti ai nostri occhi, è davvero uno spettacolo che vorremmo evitare.
Ed allora una volta preso possesso della consapevolezza del mondo, del mondo che era la Jugoslavia in quegli anni, non resta da chiedersi, se ritornare tra i boschi, non sia la soluzione migliore.
Poco parlato, dialoghi secchi e molto semplici, una gran parte dei quali lascia spazio a rumori, gemiti e suoni emessi da un Haris non ancora completamente “umano”, un Haris, interpretato da un ottimo Denis Muric che entra molto bene nella parte del ragazzo da civilizzare, che parla più con gli occhi che con la bocca, che osserva quel mondo e quelle persone di cui non conosceva l’esistenza. Un ragazzo venuto da non si da dove e finito nella foresta non si sa come, come il leggendario Kaspar Hauser e dai modi “animaleschi” che ci ricordano tanto “Il libro delle giungla” e rimanendo in tema film “Il ragazzo selvaggio” di “Truffault.
Una storia che inizialmente ci ricorda molto queste pellicole ma che poi con l’ingresso in campo della storia si discosta da quelle, con un crescendo di disagio, cambiamento e tensione che si avverte in maniera palpabile.
Il tutto proprio quando Haris, cominciava a sentirsi “uno di noi”, a leggere, scrivere, conoscere il mondo e sè stesso, sperimentare le prime simpatie e pulsioni sessuali.
Ma poi il cerchio si chiude. C’erano le bestie, poi la civiltà, e poi le bestie ritornano, ma queste che giungono alla fine, sono sicuramente peggiori e più spietate delle prime.

 

 

 

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Il Biondo
Capo Redattore e Co-fondatore

Grande amante del cinema, e questo è scontato dirlo se sono qua :­) Appassionato da sempre del genere horror, di nicchia e non, e di film di vario genere con poca distribuzione, che molto spesso al contrario dei grandi blockbuster meriterebbero molto più spazio e considerazione; tutto ciò che proviene dalle multisale, nelle mie recensioni scordatevelo pure. Ma se amate quelle pellicole, italiane e non, che ogni anno riempono i festival di Berlino, Cannes, Venezia, Toronto, e dei festival minori, allora siete capitati nel posto giusto.

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