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Aragoste a Manhattan – La Recensione

La Cocina, questo è il titolo originale, ci immerge nel caos di un ristorante di Manhattan, un campo di battaglia emotivo e sociale in cui lavoratori invisibili si scontrano ogni giorno con le proprie debolezze e con il sistema La trama ruota attorno alla relazione tra una cameriera americana (Rooney Mara) e un cuoco messicano (Raúl Briones Carmona), all’interno di un ambiente già logorato da turni estenuanti, nervi scoperti e sfruttamento strutturale. La misteriosa scomparsa di 800 dollari, diventa la scintilla che fa detonare rancori sedimentati, sospetti reciproci e fratture di classe da tempo pronte a emergere.

Liberamente ispirato alla pièce teatrale “The Kitchen” di Arnold Wesker, Aragoste a Manhattan s’inserisce bene nel filone di pellicole come Boiling Point di Philip Barantini e ovviamente serie tv come The Bear (cucina e piani sequenza sono il fil rouge) accentuando però il suo approccio più anarchico, grottesco e politico. Il film conserva una struttura quasi teatrale, concentrando l’azione nello spazio chiuso della cucina. Il ristorante diventa un microcosmo in cui si intrecciano lingue, accenti, storie e sogni spezzati. La brigata di cucina, composta in gran parte da lavoratori stranieri, fa da contrappunto al lusso in sala, dove si muove una clientela benestante e distratta.

Questa frattura rappresenta il cuore politico del film.

Il regista messicano Alonso Ruizpalacios sceglie, per buona parte del film, il bianco e nero, il formato 4:3 e una macchina da presa quasi sempre a mano, per restituire l’isteria claustrofobica di un luogo dove non c’è mai davvero spazio per fermarsi a respirare. Le inquadrature ravvicinate, il continuo andirivieni di corpi che si urtano, il montaggio serrato di comande urlate, stoviglie che sbattono, piatti che volano, costruiscono un’esperienza immersiva. Non osserviamo la cucina, ci siamo dentro, travolti dalla sua logica produttiva, fino al collasso. Il film diventa così una lucidissima riflessione sulle gerarchie invisibili che sorreggono il capitalismo statunitense e la “cocina” una metafora del melting pot che sono sempre stati gli States.

In questo contesto, gli 800 dollari che scompaiono non sono solo una cifra: ma il prezzo di un diritto negato, il catalizzatore di sospetti che colpiscono per primi chi è più vulnerabile.

In definitiva, un’opera ambiziosa e tagliente, la mise en scène di dramma rapsodico in cui tanti “morti di fame” lavorano al servizio di ricchi annoiati.