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Unicorn Store – Tutti hanno bisogno di magia!

Kit è un’artista incompresa, forse perché priva di talento o forse perché la sua arte pittorica, infantile e glitterata, non si confà allo spocchioso canone estetico degli adulti, tutto color antracite. Vive con i genitori che la amano incondizionatamente, anche se sono preoccupati per la sua carriera e per la sua vita sentimentale.

Ama gli orsetti, le tempere, gli arcobaleni e indossa ogni giorno una diversa mise colorata. Insomma è un bellissima giovane donna intrappolata in un visione preadolescenziale della vita. Un giorno un misterioso invito la conduce in un Unicorn Store, un negozio gestito da uno strano ed enigmatico Venditore (Samuel L. Jackson) che le offre la possibilità di adottare un unicorno. Il sogno della vita di Kit. Ma prima di poter entrare in possesso di questo magico animale, la ragazza dovrà costruire una stalla nel suo giardino, sistemare il rapporto conflittuale con la famiglia ed altri requisiti necessari per portarsi a casa questa colorata e meravigliosa creatura mitologica.

Bislacca e tenera commedia indie firmata e recitata da Brie Larson, Unicorn Store è quanto di più improbabile si sia visto negli ultimi anni.

La sua stessa genesi è altrettanto curiosa. Poco prima di trionfare agli Oscar grazie alla sua interpretazione in Room, la Larson infatti era stata provinata, ma senza successo, per la parte di Kit. Dopo il successo ottenuto con il ruolo di Joy “Ma” Newsom, i produttori della pellicola si sono offerti di darle non solo il ruolo della protagonista, ma anche carta bianca e la regia del film. Innamorata della sceneggiatura dell’esordiente Samantha McIntyre, l’attrice di Sacramento non si è fatta pregare e prima di vestire i panni dell’eroina Carol Danvers in Capitan Marvel, si è buttata a capofitto nella realizzazione di questo piccolo e colorato film.

Il punto di forza di Unicorn Store alla fine è proprio lei. La Larson tira fuori un’interpretazione che vale l’intero film. La cura del dettagli e alcune misurate inquadrature, testimoniano anche una discreta sensibilità registica.

Certo la sceneggiatura è spesso sopra le righe. Ci sono diversi momenti in cui i dialoghi sono gettati lì come fossero le pennellate di Kit sulla tela. Ma tutto alla fine ha un senso. Tutto infatti sembra voluto e non fuori controllo. Unicorn Store ha una strana coerenza metacinematografica tra la sua surreale essenza filmica e la stessa storia della protagonista. Il film si pone allo spettatore nella stessa maniera in cui Kit e la sua presentazione coreografata e improbabile, si pongono ai suoi colleghi. Insomma una pellicola volutamente imperfetta. Una tenera boutade che sembra essere stata concepita proprio da quella bambina che la trentenne, a disagio col mondo, non vuole smettere di essere. Durante quella assurda scena, c’è un dialogo rivelatore per comprendere il senso ultimo del film: “Non è un po’ troppo infantile questa atmosfera di arcobaleni magici?”. Incalzata da Kit che replica: “Tutti hanno bisogno di magia nella vita!”.

A metà strada tra un film di Gondry e una sceneggiatura di Diablo Cody (in particolare Young Adult e Tully), il film della Larson è un prodotto magico e luminoso, che può essere apprezzato solo da chi crede negli unicorni e non smetterà mai di farlo.