Home Rubriche Horror Udo Kier presenta : “The Theatre bizarre” (2012)

Udo Kier presenta : “The Theatre bizarre” (2012)

Un’antologia horror con i controcoglioni. Lasciatemi sfogare anche se molti non la penseranno allo stesso modo ma a me  questo “The Theatre Bizarre” è piaciuto un sacco, pur non essendo un horror che punta molto sui salti dalla sedia o sui classici “cazzotti nello stomaco” (anche se alcuni sono presenti), ma è un prodotto più alto, più riflessivo, che fa lavorare molto di testa lo spettatore, è un horror più costruito e più di spessore di un classico film di genere. I sei registi che hanno dato vita a questa antologia girando dei cortometraggi completamente slegati tra loro hanno preso un male di vivere, un rapporto tra persone, un problema, e ne hanno fatto sopra un episodio che di horror ha si molto, ma che ha anche un suo significato più alto del semplice “facciamo vedere un po’ di squartamenti e facciamo cagare in mano lo spettatore”.
E a legare il tutto un direttore d’orchestra come Udo Kier, che ritroviamo tra un corto e l’altro in quello che a sua volta è un episodio, spezzettato tra le altre sei storie, in cui abbiamo la nostra giovane Enola che assiste ad un bizzarro spettacolo teatrale fatto di personaggi stravaganti e di cui Udo Kier è il mattatore, con i suoi discorsi filosofici sulla vita e soprattutto sulla morte.
Morte che nei sei episodi che seguono è la principale protagonista, presentandosi però in diverse sfaccettature, come tortura coniugale nell’ episodio “Wet dreams” di Tom Savini, un “Inception” ad alta dose di violenza fisica e con una scena iniziale che potrebbe disincentivare qualsiasi stupratore o maniaco sessuale. Peccato che questo episodio sia tra i peggiori in quanto il minutaggio lo penalizza un po’ e la trama prende più di una forse troppe strade.
Buon remember delle atmosfere degli horror con vena fantascientifica degli anni 80’ ce l’ha il primo corto, quello intitolato “The Mother of Toads” di Richard Stanley in cui una giovane coppia americana in vacanza in Francia, fa la conoscenza di un’alquanto bizzarra donna / stregone che nascone un macabro segreto.

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Trama un po’ esile ma l’ambientazione e l’atmosfera sono sicuramente sufficienti.
Dopo i primi due corti che sono un po’ più sottotono rispetto agli altri per il modestissimo parere di chi scrive gli altri quattro sono veramente notevoli.
Cominciamo da quello che guarda gli altri finiti nel podio, ovvero “I love you” di Buddy Giovinazzo, che racconta della turbolenta fine di un rapporto tra moglie e marito in cui entrambi non se le mandano certo a dire e che mescola paranoia e amnesia in una storia completamente ambientata nello spazio chiuso di un piccolo appartamento e fatta di dialoghi secchi e dai toni pacati ma molto diretti ed inquietanti in un crescendo di rabbia che porta ad un non così scontato epilogo finale.
Il gradino più basso del podio spetta al corto “Vision Stains” di Karim Hussain, con soli personaggi femminili, che intreccia il tema della tossicodipendenza a quello del voler essere a conoscenza della verità assoluta che poi comunque è un po’ quello che alla fine chi si spara una pera è convinto di possedere almeno nel periodo dell’effetto della droga che si somministra. Come per ogni “dose” però, quando l’effetto svanisce, bene non ci si sta proprio.
La seconda piazza è dell’episodio “The accident” di Douglas Buck, sicuramente almeno a livello concettuale la storia più alta e impegnata di tutto il film.

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A pranzo solo un panino, e adesso, non ci vedo più dalla fame

L’approccio, il primo approccio di una bambina con il tema della morte, con la madre che le fa da Caronte per questo primo viaggio all’interno di un tema alla piccola sconosciuto fino ad un episodio di morte con lei e sua madre spettatrici in prima fila.
Un episodio con una percentuale di sangue e horror anomala, ma sicuramente ben riuscito e sensato nel contesto del genere a cui appartiene.
Quello più malato, con una buona dose di gore e violenza, ma che allo stesso tempo è ben collegato ad un disagio umano ed ha quindi un suo significato profondo è l’ultimo in ordine cronologico, “Sweets” di David Gregory, in cui all’interno di un episodio horror viene trattato il tema della bulimia in cui sono protagonisti una coppia in crisi che come le quintalate di dolci e cibo che si vedono nel corto vedrà la loro relazione ( e non solo ) completamente fagocitata da questo disturbo. In questo caso è proprio vero il detto che recita “la fame vien mangiando”, e qui, questa sensazione, non ha veramente nessun limite.

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Occhio alla siringa….è proprio il caso di dirlo

I momenti splatter non mancano in questo episodio, e l’immagine della “tavolata” finale, ha un qualcosa di molto macabro e blasfemo che i credenti più attenti potrebbero trovare alquanto fuori luogo.
Un’altra antologia horror che si affianca alle più conosciute della serie “V/H/S” e “The ABC’s of death”, con meno episodi, ma forse una qualità complessiva maggiore, almeno per me che ho apprezzato questa pellicola dal primo all’ultimo minuto. L’unica cosa negativa riguarda il fatto che essendo appunto un buonissimo film horror , nelle sale italiane non è mai uscito e che quindi, come al solito quando si vuole cercare un prodotto più di nicchia e ben fatto, bisogna andare a scovare nei meandri del web.

Condisce il tutto l’episodio legante che vede in Udo Kier e nella riproposizione del tema del teatro degli orrori le sue punte di diamante.

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Il Biondo
Capo Redattore e Co-fondatore

Grande amante del cinema, e questo è scontato dirlo se sono qua :­) Appassionato da sempre del genere horror, di nicchia e non, e di film di vario genere con poca distribuzione, che molto spesso al contrario dei grandi blockbuster meriterebbero molto più spazio e considerazione; tutto ciò che proviene dalle multisale, nelle mie recensioni scordatevelo pure. Ma se amate quelle pellicole, italiane e non, che ogni anno riempono i festival di Berlino, Cannes, Venezia, Toronto, e dei festival minori, allora siete capitati nel posto giusto.

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