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The Dirt: Mötley Crüe – La Recensione

 

Sul retro del libro “The Dirt. Mötley Crüe. Confessioni della band più oltraggiosa del rock” c’è scritto “Queste pagine trasudano alcool e decadenza”. La biografia della band pubblicata, non senza clamore, il 22 maggio 2001, narra le vicende di Vince Neil, Mick Mars, Nikki Sixx e Tommy Lee. Quattro ragazzi, quattro miracolate rock star che hanno più volte sfidato la vita con fiumi di Jack Daniel’s, cocaina, eroina e folli performance stradali.

Detto questo ovviamente questi giovani musicisti erano anche dei grandi figli di puttana (perdonate il francesismo) che hanno venduto oltre 100 milioni di dischi in tutto il mondo.

A dirigere il film, distribuito da Netflix, c’ha pensato Jeff Tremaine, autore insieme a Johnny Knoxville e Spike Jonze della celebre serie Jackass. Insomma un pazzo che ha iniziato la carriera come pilota professionista di BMX e che ha rischiato più volte la vita. Quindi chi meglio di lui per questo biopic musicale decisamente sopra le righe?!

La pellicola di Tremaine cerca di riassumere in 107 minuti tutta la carriera di questi scalmanati ragazzotti californiani. Gli esordi quando volevano chiamarsi Christmas o qualcosa del genere. Quindi tanto sex, drugs & rock ‘n roll. Come dicono loro stessi, i Mötley Crüe però non hanno quell’attitude minimalista del punk. Il loro modo di esibirsi, di suonare e soprattutto di vivere è sopra le righe. La sporcizia del loro heavy metal diventa in breve un eccentrico Glam rock che conquista da subito il pubblico americano, sfornando terribili riff e meravigliose melodie come ad esempio Home Sweet Home. In fondo come dice Nikki Sixx quella dei Mötley Crüe è la sola famiglia e la sola casa che lui abbia mai conosciuto.

La storia raccontata nel film è però molto sacrificata. La pellicola inevitabilmente finisce col lamentare le stesse difficoltà del recente Bohemian Rapsody a causa di un approccio eccessivamente celebrativo e didascalico. Come l’aggravante poi che The Dirt non si avvale della carismatica prova di Rami Malek.

Restano alcune scene fulminanti come Ozzy Osbourne e Nikki Sixx che bevono “piscio” da terra o lo squirting di una groupie proprio all’inizio del film. Il risultato è un onesto film, che ha il merito di ricostruire un’epoca passata fatta di eccessi e di rock star.

Forse gli ultimi idoli di un genere musicale che venne di lì a poco travolto dal grunge (in una scena finale si vede, non a caso, la locandina di Ten dei Pearl Jam) e poi, negli anni a seguire, da tanti, troppi teen idol del rock.