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The Bridge (1a stagione)

Una serie che unisce due mondi contrapposti. Due diversi modi di fare, pensare, agire, concepire la vita.
Siamo al confine tra Stati Uniti e Messico, al confine tra rigore, capitalismo e rispetto delle regole e vita vissuta senza regole, spensieratezza e illegalità.
Nel ponte che segna il confine tra i due Stati, viene ritrovato un corpo, quello di una donna, che poi alla fine sono due, una metà appartenente ad una donna americana, e una metà appartenente ad una messicana. Ed allora Messico e Usa devono collaborare insieme, e lo fanno nelle persone di due detective, un uomo, il messicano ed estroverso Marco Ruiz (Demian Bashir) e l’introversa e fredda Soyna Cross (una splendida Diane Kruger). Più spigliato e dai modi non convenzionali lui, sempre attenta ad ogni minimo dettaglio e rigorosa nel suo lavoro lei.
I due da subito si mettono alla caccia di un presunto killer che compie i suoi delitti tra la cittadina americana di El Paso, in Texas, e quella messicana di Juarez.

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La serie tv americana “The Bridge”, remake dell’originale “Bron”, che al posto di Usa e Messico aveva al centro della scena i paesi di Svezia e Danimarca ha dalla sua molti aspetti positivi, nonostante il tema della polizia che ricerca un serial killer di cui non si sa praticamente nulla sia ormai stato utilizzato in diverse altre situazioni ed in mille modi differenti.
Quello che ricorre maggiormente lungo i 13 episodi che formano la prima stagione della serie ideata dal duo Meredith Stiehm – Elwood Reid (la prima già presente nella produzione di “Homeland”) è il parallelismo tra Messico e Stati Uniti, sia nei personaggi che incarnano i due detective Ruiz e Cross, sia nel modo di fare ed agire della polizia messicana e di quella statunitense, sia nelle ambientazioni e nella fotografia.
Marco Ruiz è un padre / detective che ama il proprio lavoro, la sua famiglia, ma anche le donne, particolare quest ultimo che gli creerà non pochi problemi all’ interno della serie stessa, del suo lavoro, e delle sue relazioni personali. Il classico uomo della giustizia che però per poter risolvere certi problemi non si fa scrupoli ad oltrepassare quando serve quel labile confine tra legale ed illegale.
La detective Sonya Cross è interpretata in maniera eccellente da Diane Kruger : è una ragazza schiva, introversa, di poche parole, anche perchè affetta dalla sindrome di Asperger, che crea in chi ce l’ha non pochi problemi a socializzare. Una grave perdita subita in gioventù e una particolare situazione familiare non l’aiutano di certo ad aprirsi con il mondo esterno. La ragazza però cerca di dare un equilibrio alla cosa eccellendo nel suo lavoro, spendendo molto tempo alla ricerca di quella che può essere la soluzione del caso a cui lei e Marco sono stati assegnati, avendo in più di un’occasione delle grandi intuizioni.
Intorno ai due personaggi principali nè ruotano altri che sono direttamente ed indirettamente legati a loro, e che si riveleranno comunque con lo svolgersi degli eventi protagonisti chiave della storia, come il capo di Sonya, il tenente Hank, figura che per la bionda detective ed in misura minore per Marco ricopre anche il ruolo di padre / guida nei momenti cruciali della storia.
Non si può poi dimenticare la sexy milfona Charlotte Millwright , interpretata da  Annabeth Gish, una ricca proprietaria terriera che nella sua mega villona ha anche un tunnel segreto che permette ai messicani in fuga di raggiungere gli States, ed a lei di fare un sacco di soldi con questo commercio di profughi. A completare il cerchio rimangono il giornalista Frye (Matthew Lillard), che sempre più vedrà il suo lavoro e ancor di più la sua vita intrecciata con la ricerca del serial killer, lo spietato criminale messicano Galvan, che conosce molto bene Marco Ruiz, e la figura del killer, molto difficile da intuire per gli spettatori ma che darà vita ad un finale di stagione molto esaltante.

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I personaggi principali sono ben caratterizzati nei loro modi di fare e di vivere ed il loro passato ci viene ben spiegato dagli ideatori della serie, dandoci modo di poterli amare / odiare a seconda dei nostri gusti personali.

Scelta discutibile ma forse vincente e sicuramente alternativa è relativa al modo di gestire il momento di massima tensione nel finale della stagione, in un modo differente da come siamo abituati a vedere nella quasi totalità delle altre serie.
Il rapporto tra Marco e Sonya viene ben analizzato e subirà un cambiamento durante le varie puntate, anche se il cambiamento maggiore sarà quello che colpirà uno dei due, non nei confronti dell’altro ma rispetto a sè stessi.

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La storia e gli eventi non sono affatto scontati ed i colpi di scena seppur non presenti in grande numero non mancano affatto. Le ambientazioni e la fotografia ben si alternano nel darci l’atmosfera ed il modo di essere di due paesi così vicini, così lontanti, più colori caldi e sfumati quando siamo in Messico e colori più chiari e freddi quando siamo in territorio americano. La serie ci ricorda un po due pellicole del passato che vedevano loschi affari compiersi tra questi due paesi, “Non è un paese per vecchi” e “Traffic”. La serie ha una sua storia principale ma al contempo possiamo seguire delle sotto trame più o meno slegate alla ricerca del particolare e sadico serial killer, come quella di Linder ( che sarà protagonista nella seconda stagione ) e quella di Charlotte Millwright, anche lei sempre più sotto i riflettori con l’avanzare della storia.

Una serie che forse non racconta molto di nuovo, anche se ha alcuni aspetti davvero originali e tutti ben seguiti e messi in scena, e che fa ben sperare per la seconda, che per il momento è l’ultima visto che la produzione ha per ora annunciato che il duo Cross – Ruiz non sarà in azione in una terza.
Un inizio lento e forse non molto entusiasmante, o meglio, non entusiasmante per quello che la serie mette sul piatto (c’è un po’ di confusione e troppa carne al fuoco almeno nelle prime puntate) ma la tensione cresce, la storia si incanala bene verso un finale inaspettato e molto coinvolgente.

Possiamo sicuramente promuoverla e consigliarla.

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Il Biondo
Capo Redattore e Co-fondatore

Grande amante del cinema, e questo è scontato dirlo se sono qua :­) Appassionato da sempre del genere horror, di nicchia e non, e di film di vario genere con poca distribuzione, che molto spesso al contrario dei grandi blockbuster meriterebbero molto più spazio e considerazione; tutto ciò che proviene dalle multisale, nelle mie recensioni scordatevelo pure. Ma se amate quelle pellicole, italiane e non, che ogni anno riempono i festival di Berlino, Cannes, Venezia, Toronto, e dei festival minori, allora siete capitati nel posto giusto.

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