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#PrayForParis – L’Odio

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Scena iniziale, presa si presume da un tg: un uomo è in piedi da solo in mezzo alla strada. In fondo si vede un nutrito numero di poliziotti in tenuta antisommossa. L’uomo comincia ad urlare: “Non siete altro che degli assassini. Voi sparate, è facile… Ma noi non abbiamo armi, non abbiamo altro che pietre”. Poi il nero e in bianco un titolo, semplice e istantaneo: La Haive. L’Odio.

Una voce fuori campo comincia a parlare:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

Inizia così l’Odio, un inizio folgorante, forte come un pugno. Freddo da mettere i brividi.

In una delle tante banlieue parigine fatta di miseria, etnie più o meno assortite e criminalità soffia il vento della rivolta. La goccia che fa traboccare il vaso è il brutale interrogatorio a cui la polizia sottopone il sedicenne Abdel, finito all’ospedale sospeso tra la vita e la morte dopo essere stato pestato a sangue. Nella lotta emergono le personalità e i differenti caratteri dei tre protagonisti coinvolti, amici di Abdel. C’è Vinz, bianco di origine ebraica, ossessionato dalla violenza e pieno di rabbia verso la polizia, interpretato in maniera strabordante da un giovanissimo, e ancora ai più sconosciuto, Vincent Cassel.- Indimenticabile la scena in cui davanti allo specchio recita la parte di De Niro in Taxi Driver dove fa esplodere tutta la sua bravura.- Said, di origine magrebina, il più giovane dei tre, a metà strada tra la follia violenta di Vinz e l’innocenza. E infine c’è Hubert, un ragazzo nero che cerca di vivere in tranquillità nel ghetto, appassionato di boxe è tra i tre quello più maturo, quello più portato al ragionamento. È sua la frase chiave su cui poi ruoterà tutto il film: L’odio attira l’odio.

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Un film indimenticabile, con dialoghi tesi e serrati che non lasciano un attimo di tregua, girato in maniera incredibile da un Mathieu Kassovitz in stato di grazia, con uno stile iper realistico in un bianco e nero roboante, sporco, allucinato. Non c’è spazio per i colori o le sfumature: due fazioni contraddistinte, nessun buono, tutti cattivi.

Il regista non offre nessuna soluzione a tutto questo, se non che quella che si adatta ai fatti. Volutamente gira tutto con una certa distanza, un certo distacco, senza spingere all’identificazione forzata con i protagonisti.

Il film, e non poteva essere altrimenti, è pervaso di momenti fortemente simbolici. Uno fra tutti: i tre sono nel cesso di un locale e discutono animatamente, ad un certo punto si apre la porta di un bagno e esce uno strano vecchietto che comincia a parlare:

“Ci si sente meglio dopo una bella cacata. Voi credete in Dio? Non bisogna domandarsi se si crede in Dio ma se Dio crede in noi. Avevo un amico che si chiamava Grumvalski, siamo stati deportati insieme in Siberia. Quando ti portano in Siberia nei campi di lavoro, si viaggia nei carri bestiame e si traversano steppe ghiacciate per giorni e giorni senza vedere anima viva, ci si scalda l’uno con l’altro, ma il problema è che per liberarsi, per cacare nel vagone non si può e le sole fermate sono quando bisogna mettere l’acqua nella locomotiva. Ma Grumvalski era parecchio timido e già quando dovevamo lavarci in gruppo si sentiva molto a disagio, io lo prendevo un po’ in giro per via di questa storia, insomma il treno si ferma e tutti noi ne approfittiamo per andare a cacare dietro al vagone; ma io gli avevo talmente rotto le scatole al povero Grumvalski che lui decide di andarsene un po’ lontano, insomma il treno riparte, tutti saltano su al volo perché il treno non aspetta, il problema è che Grumvalski che se n’era andato via dietro a un cespuglio, stava ancora cacando, allora lo vedo correre fuori da dietro il cespuglio, reggendosi con le mani i pantaloni per non farli cadere e tentando di raggiungere il treno. Io gli tendo la mano, ma come lui mi tende le sue deve mollare i pantaloni che gli cadono alle caviglie, ritira su i pantaloni e si rimette a correre. Ma tutte le volte che mi tendeva la mano i pantaloni gli cadevano… “ “Allora come è finta?” “Niente  Grumvalski è morto di freddo… Arrivederci”.

Molti hanno cercato di trovare un significato a questa storia surreale, c’è chi contrappone la figura di Grumvalski a Vinz: Grumvalski muore per l’eccessivo pudore, così come Vinz morirà perché reagisce all’odio con altro odio.

Si arriva infine alla scena finale di tutto il film, quella più emblematica: è mattina presto i tre si salutano, Hubert va per la sua strada e Vinz e Said per la loro. Una macchina li affianca, scendono tre poliziotti, uno di loro tira fuori la pistola comincia a minacciare Vinz e gli spara in faccia. Hubert che aveva assistito a tutta la scena torna indietro sui suoi passi e punta la pistola di Vinz alla faccia del poliziotto, altrettanto fa quest’ultimo e intanto ripete la frase iniziale:

“È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene…. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio.”

Finisce la frase e si sente uno sparo. Il film finisce. Non si sa chi dei due abbia sparato. Ma non è importante perché l’odio ha fatto un’altra vittima. L’odio attira l’odio, è una spirale senza fine. Dopo vent’anni quella spirale non si è ancora fermata. Così come la caduta dell’umanità.

 

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Zeno
Redattore e Co-fondatore

Cresciuto a massicce dosi di cinema, fin da giovane età veniva costretto dal padre a maratone e maratone di Spaghetti-Western. Leggenda narra che la prima frase di senso compiuto che uscì dalla sua bocca fu: “Ehi, Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima……” Con il passare del tempo si è evoluto a quello che è oggi: un cinefilo onnivoro appassionato di cinema in ogni sua forma che sia d’intrattenimento, d’autore o l’indie più estremo. Conteso da “Empire”, “The Hollywood Reporter”, “Rolling Stone”, ha scelto Jamovie perché, semplicemente, il migliore tra tutti.