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Intervista ad Alessia Vegro, produttrice e sceneggiatrice de E’ UN CERCHIO IMPERFETTO

Oggi lo staff di JAMovie intervista la giovane ed emergente Alessia Vegro, sceneggiatrice, ed anche produttrice del lungometraggio “E’ un cerchio imperfetto”.

1) Domanda scontata forse ma non troppo: quando e come nasce la tua passione per il cinema?
C’è stato un episodio in particolare, un attore/attrice, un film che ti hanno colpito?!

In realtà il mio sogno è sempre stato quello di diventare scrittrice. All’età di 8 anni era già il mio obiettivo.
Al termine del Liceo Classico poi è arrivato il momento della scelta dell’università e mi sembrava un buon compromesso iscrivermi a Linguaggi Multimediali che sarebbe dovuto essere attivato l’anno successivo il mio ingresso all’Università di Bologna quindi, visto che il primo anno di Lettere e Filosofia ha un programma comune per tutti gli indirizzi e in particolare questo sarebbe entrato a far parte del DAMS, è dove mi sono iscritta.
Solo che l’anno successivo non è stato attivato.

Avrei potuto ripiegare su Torino dov’era già funzionante ma la verità è che nel frattempo avevo seguito alcuni corsi di Cinema e conoscendo più approfonditamente il medium me ne sono innamorata pazzamente.
Ma non potevo certo tradire il mio primo amore così mi sono limitata ad unire la vecchia passione con la nuova….
Alla fine è stata la vita stessa a incanalarmi sulla mia strada.
Non c’è un episodio particolare, né un film.

E’ stata più che altro la magia di restar chiusa ore e ore in quel cinema, all’epoca diventato aula, un po’ vecchio e dalle poltrone sformate a osservare le storie prendere vita e i personaggi assumere un volto unico per tutti gli spettatori quello che mi ha guidato.
Quello che avevo in testa poteva non solo essere scritto ma anche essere rappresentato…
E’ come giocare a fare Dio….
In modo ancora più tangibile rispetto alla scrittura, quando ognuno può interpretare le parole a modo suo.

2) Parlaci un po’ della tua formazione artistica.

Ho frequentato il Tito Livio, Liceo Classico a Padova, prima di trasferirmi a Bologna conseguendo una laurea al DAMS, settore cinema.
Per scrivere la tesi ho trascorso alcuni mesi in Argentina, approfondendo la storia del loro cinema a partire dalla caduta della dittatura, nel 1983, al 2005.
Là, visionando una quantità assurda di film prodotti in quel Paese, ho potuto toccar con mano un modo diverso di avvicinarsi al cinema.

Un po’ un ritorno al passato, con meno tecnologia ed effetti speciali ma molto più cuore, molto più realismo e personaggi quotidiani ma forti per come vengono strutturati.
Un cinema che si basa molto sulla sceneggiatura, sui dialoghi, sulle storie sempre diverse e mai banali.
Il tipo di cinema che mi piace, in una parola.
Quello che fa riflettere. In seguito mi sono occupata di montaggio, ho utilizzato la macchina da presa, ho continuato a studiare, vedere film e pensare e scrivere storie.
E ad osservare la vita, che è anche in questo campo la maestra più grande.

Alessia Vegro

3) Nelle nostre interviste abbiamo fatto quattro chiacchiere con attori e registi. Tu sei la prima sceneggiatrice.
Spiegaci un po’ meglio in cosa consiste la tua figura e cosa fai. 

Nel mio caso sono la persona che per prima viene accarezzata dalla storia, che immagina i personaggi, che li pone all’interno di un contesto sociale/culturale/temporale/etc e vede come si evolvono.
Quindi quello che faccio è partire da poche righe di idea per poi sviluppare la storia e scrivere i dialoghi, le descrizioni di ambienti, oggetti di scena e abbigliamento, i movimenti dei personaggi e le loro espressioni…
Insomma, devo mettere per iscritto quello che poi toccherà ad altri rendere per immagini.
Che sia attraverso il corpo e la voce, i movimenti della macchina da presa, le luci, piuttosto che il trucco o la scenografia o…

Per come la vedo io la prima volta in cui pensi a una nuova idea è il momento in cui metti in moto la magia del cinema.
Poi sarà indispensabile l’apporto di tantissime e diverse teste, ma senza quella scintilla beh, semplicemente non avrai nulla.
Andrai a vedere un altro film, vivrai le emozioni di un’altra storia e altri attori daranno volto ad altri personaggi.
Ovviamente se parliamo di grandi produzioni quello che faccio io
quando scrivo viene distribuito tra più persone.
Ad esempio avremo un soggettista che traccia a grandi linee la storia.
Uno sceneggiatore che la prenderà e la declinerà in linguaggio cinematografico, un dialoghista che si occuperà, appunto, di scrivere i dialoghi.

In entrambi i casi lo sceneggiatore è un po’ quello che mette in moto tutta la macchina e, ancora prima che un regista venga coinvolto, dà tutte le indicazioni ai vari comparti tecnici attraverso le sue parole.
Ed è anche il primo a dover usare tanta fantasia per scrivere storie originali rendendosi conto però che chi leggerà il suo scritto non sarà una mega produzione hollywoodiana e il budget a disposizione sarà limitato.
E’ un giocoliere dell’immaginazione, se vogliamo. In eterno equilibrio tra fantasia e problemi puramente pratici.

4) Qual è il rapporto di una sceneggiatrice con attori e registi?

Nel mio mondo ideale o nella realtà? Posso parlare per la mia esperienza personale e onestamente non è quello che ci si aspetterebbe.
Quando sei sul set, giustamente, il regista diventa un punto di riferimento.
Il problema è che dovrebbe essere appunto uno di quei punti. Questo perché lui stesso non ha vissuto sulla sua pelle l’origine della storia e non l’ha scritta.
L’unico ad aver avuto realmente carta bianca (o schermo bianco…) è l’autore della sceneggiatura (ammesso che a sua volta non si sia basato su un testo scritto in precedenza).
Non basta che vengano ripetute le battute che sono scritte.

Quelle sono perfette per un contesto, uno stato d’animo, una sensazione che lo sceneggiatore ha creato in precedenza.
Se tutto questo contorno fisico alla voce dell’attore viene a crollare… allora viene a crearsi una frattura, viene a mancare la credibilità e lo stesso senso della storia.
Il dialogo tra tutti i presenti sul set (quindi anche con il direttore della fotografia, con il fonico, etc…) dovrebbe essere imprescindibile, se si vuole ottenere un risultato di qualità.
Non può coinvolgere solo il regista e gli attori.
I loro contributi sono fondamentali ma da soli difficilmente possono reggere l’unità dell’intera storia.
Anche perché sul set quella stessa storia la spezzi, giri nello stesso giorno due scene distanti tra loro, viene a mancare una continuità che verrà ripristinata solo in fase di montaggio.

Dimenticarsi che sul set c’è chi ha il quadro generale in testa, che fa osservazioni perché consapevole che un’inquadratura darà un senso che andrà a cozzare con la scena successiva, trovo che non sia il modo migliore per realizzare un film, che sarà magari ineccepibile dal punto di vista tecnico e recitativo, ma tutto questo potrebbe influire negativamente sulla storia stessa. Credo sia anche per questo che poi si creano i grandi sodalizi tra sceneggiatore e regista, le famiglie filmiche piuttosto che le premesse perché uno sceneggiatore decida di dirigere da solo le sue opere.
E’ quel significato che viene stravolto dall’ego di un componente del cast o della troupe, più interessato a mettere in risalto il proprio nome che a fare il bene della storia, che porta un autore a voler difendere con unghie e denti la sua creatura.

5) Parlaci di E’ UN CERCHIO IMPERFETTO

E’ un Cerchio Imperfetto è una piccola opera low (ma molto low) budget che ho deciso di realizzare perché sentivo la necessità di farla arrivare sullo schermo.
Un film nato da tanta determinazione, tanto desiderio di comunicare e dall’incoscienza necessaria per gettarsi nel vuoto sperando che sotto ci sia almeno una piccola pozza d’acqua in mezzo a quell’oceano di rocce acuminate che vedi dall’alto.
E’ un’opera che, nel suo piccolo, prova ad essere diversa dai prodotti che si vedono abitualmente, a partire dalla storia passando per l’aspetto tecnico e arrivando a dare uno spazio ad
attori giovani e di talento che però facevano fatica a farsi notare in mezzo a tantissimi giovani sognatori.
La storia prende l’avvio dalla sparizione di una ragazza, Jane, che se ne va senza lasciarsi alle spalle alcuna traccia se non il suo inseparabile diario.

Dalla lettura di questo Theo, il suo coinquilino, spera di poter ricavare delle indicazioni su come fare a ritrovarla mentre ottiene solo di riportare alla luce molti segreti e antichi rancori.
I temi che tratta sono quelli della ricerca di una propria identità, anche a costo di rinnegare la realtà da cui si proviene, così come il fatto che serve uno sguardo più ampio prima di poter dire cosa sia giusto o sbagliato, cosa sia bene o male.
La vita può sembrare ingiusta ma, alla fine, dimostra una sua equità di fondo.
Tema dell’identità, dunque, visto anche attraverso l’uso delle maschere che facciamo e di come noi, a nostra volta, distorciamo
la realtà.
E l’immagine che ci ritorna, dopo tutte queste distorsioni, è la stessa che c’impedisce un reale dialogo e un avvicinamento al prossimo.

Per questo ho voluto a tutti i costi inserire nel film frammenti di video girati in una piattaforma di realtà virtuale, un modo come un altro per mettere in risalto lo sfasamento tra la realtà e la percezione che ne abbiamo.

Stella Mastrantonio in E’ un cerchio imperfetto

6) In un futuro ti vedi sempre come sceneggiatrice o vorresti sperimentare anche altri ruoli? 

In realtà in E’ un Cerchio Imperfetto ero anche produttrice. Decisamente direi che il prossimo futuro mi vedrà dedicarmi esclusivamente alla scrittura.
Per un futuro più lontano… non voglio programmare nulla, ho imparato che la vita ha mille modi tutti suoi per sorprenderti
quotidianamente!

Il protagonista de E’ un cerchio imperfetto, Filippo Gattuso

7) Come vedi la situazione attuale del cinema italiano? 

Credo che il cinema italiano non sia né morto né vivo.

E’ semplicemente anestetizzato da chi ha il monopolio dei soldi e del potere.
Come del resto molti altri settori.
Pochi nomi che girano a ripetizione, persone che entrano nell’ingranaggio magari grazie a un programma televisivo e poi indossano panni di attore, sceneggiatore, regista.
Produttori con agganci che fanno incetta di sovvenzioni con cui poi nutrono la loro cerchia…
E potrebbe anche essere accettabile se in tutto questo si decidesse di correre dei rischi, di intraprendere strade nuove… Invece, a parte rarissime eccezioni, restano focalizzati sul prodotto sicuro.
Quello che non arricchisce per nulla il nostro panorama ma che sicuramente è una macchina per far soldi grazie anche ad un pubblico abituato a fruire di prodotti semplici ed immediati.
Va benissimo che la gente abbia voglia di evasione.

Quello che mi chiedo è perché sia così difficile proporre qualcosa anche per chi vuole approfittare di un film per riflettere, per sognare, per godersi una carezza malinconica.
Io non credo che il cinema italiano sia morto perché voglio piuttosto credere che il fermento, la vita, il futuro sia sotto la punta dell’iceberg, quella vetta rappresentata dai film che raggiungono gli schermi dei multisala.
E spero solo che chi ha qualcosa da dire e ha scelto questo mezzo per esprimere i suoi pensieri continui ad agitarsi, a far casino anche se si sente invisibile, a creare, a rischiare, a soffrire, ad amare quello che fa fino a quando, se non altro, non si creerà una piccola placca di ghiaccio in grado di andare a galleggiare magari altrove, ma pur sempre in superficie.

Perché è vero, si tratta di industria cinematografica e il profitto ha una sua importanza, anche solo per avere del capitale da investire in un prossimo progetto, ma c’è anche quell’aggettivo, cinematografica, che presuppone la convivenza con un mondo artistico, espressivo, di anima e di contenuti.
Senza, è solo sterile business che lascia il tempo che trova, che non crea un’identità, di cui non resta memoria.
Inutile rimpiangere i bei tempi andati quando a tutti piace la comodità.

Il nostro cinema ha ancora tanto, tantissimo da dire.
Solo che chi ha il potere non lascerà mai spazio quindi tocca a chi vuole far sentire la sua voce trovare un modo per urlare più forte e sovrastare il fragore che arriva dall’alto.
E poi… poi bisognerebbe anche educare il pubblico ma non è facile in un Paese in cui il sistema scolastico è arcaico e subisce continui tagli.
Non avanziamo nelle arti perché non ci sono le basi per fare arte. Solo che finché nessuno prova a cambiare il sistema tutto è destinato a restare invariato e sommerso di critiche.
Resto dell’idea che se nessuno si assume la responsabilità di essere la prima goccia diversa che cade nell’Oceano, lo stesso Oceano non si trasformerà mai.
Se non altro più gocce potrebbero creare una macchia di colore…

8) Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Beh, mentre aspetto che arrivi ottobre, quando E’ un Cerchio Imperfetto verrà proiettato a un festival canadese in qualità di finalista nella categoria miglior film, mi concentro sul trovare una
distribuzione o comunque una strada distributiva alternativa.
Nel frattempo ho scritto il mio primo romanzo, che circa un mese fa ho inviato ad alcune case editrici…
Come si suol dire, stay tuned!

Ovviamente però la testa non smette di partorire idee quindi, mentre mi dedico a un po’ di riprese e al montaggio di alcuni video, prendo appunti per una prossima storia da scrivere.
Un genere completamente diverso rispetto a quelli a cui mi sono dedicata fino ad ora.
Del resto, cambiamo noi, cambia il nostro sguardo sul mondo, cambia il nostro modo di scrivere.

9) Con chi ti piacerebbe lavorare in futuro? Elenca un attore e un regista.

Uno e uno? Difficile scegliere tra una lista…
In Italia come attore vorrei lavorare ancora con Andrea Venditti. E’ un giovane estremamente promettente che ha avuto un ruolo secondario in E’ un Cerchio Imperfetto.
Tutto il cast è stato formidabile ma per una nuova storia che inizia a girarmi in mente lui sarebbe il protagonista perfetto.
Un regista… Ad essere onesta vorrei scovare un nome nuovo a qualche festival.

La Rorwacher, Sanfelice, i Manetti Bros, Costanzo… per citare i primi che mi saltano in mente, sono tra i più freschi con cui sarebbe interessante collaborare, mentre tra i volti più noti mi piacerebbe confrontarmi con Silvio Muccino.
Le mie storie sono molto diverse da quelle che lui in genere tratta e credo sarebbe interessante scoprire come si muove in un contesto diverso.
Posso avere due secondi per sognare in grande? Morgan Freeman e Jason Reitman (quello dei tempi di Thank you for smoking…)

Andrea Venditti, anche lui nel cast

10) Cosa ti rende felice oggi?

Banalmente… la vita!
Le sue sfaccettature, i suoi alti e bassi, le sorprese che ti riserva, la solitudine che sa donarti, gli stimoli con cui t’invoglia a scendere dal letto, le persone che mette lungo la tua strada.
Non è sempre stato così ma oggi posso dire che apro gli occhi e mi aspetto meraviglie e stupore.
Che poi si riesca a vederli nelle cose più piccole, quella è un’altra storia.