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Indian Horse: l’integrazione dei nativi in Canada

Il secondo lungometraggio diretto del “mago steadicam di Montreal” Stephen Campanelli, collaboratore di lunga data di Clint Eastwood (qui in veste di produttore) è basato sul romanzo di Richard Wagamese.

Come il romanzo, il dramma Indian Horse combina una delle più grandi glorie nazionali del Canada – il gioco dell’hockey su ghiaccio – con uno dei capitoli più oscuri della sua storia nazionale, e in realtà di tutto il Nord America. Dal 1800 in poi era infatti pratica molto comune quella di sradicare i bambini indigeni dalle loro famiglie. Lo scopo era quello di allontanarli dalle loro culture natie e integrarli in quella canadese. Parzialmente autobiografica, la storia narra le vicende del giovane Saul.

Siamo sul finire degli anni Cinquanta, in Ontario. Il ragazzo viene condotto in un Catholic residential schools per essere educato ai principi cristiani e alla cultura occidentale, per farne un cittadino modello e timorato di Dio. Ma Saul dimostra da subito un talento precoce per l’hockey che lo salverà dal recitare i salmi e lo porterà a inseguire il sogno di diventare un professionista. Ma la sua ascesa sarà ostacolata da un diffuso e violento clima di razzismo e odio nei confronti della comunità indiana.

Piacevole “film da cassetta”, Indian Horse è un prodotto per la famiglia, mascherato da cinema d’autore. In parte anche il contrario.

Non fosse per il tema della pedofilia (appena accennata alla fine), sarebbe di certo una classica firma Disney. Questo grazie alla commistione del genere sportivo a quello dell’integrazione, cliché visto più volte in sala in film come: Il sapore della vittoria e Glory Road, e perché no, anche Invictus. E qui torniamo alla produzione del gigante Clint, il cui cinema aleggia nella pellicola di Stephen Campanelli. Le atmosfere, il ritmo, il taglio fotografico e una certa pulizia narrativa, che rende il film gradevolmente scorrevole.

Troppo spesso però, Indian Horse mostra il fianco ad un certo compiacimento estetico e ad una retorica buonista che alla fine risulta stucchevole.

La regia sobria ed efficace sostiene una sceneggiatura che ha un buon impianto drammaturgico.  Pecca per un qualche passaggio un filo didascalico. In particolar modo quando Saul/ Richard si ricongiunge con le sue origini, con i fantasmi del suo passato, col suo heimat e idealmente mancano solo le note Mama I’m coming home di Ozzy(anche se quella era dedicata alla moglie!).

La storia dello scrittore che non punta su facili trionfalismi ma (SPOILER ALLERT) alla fine non fa di Saul un professionista. Troppo appesantito da un’infanzia difficile e violenta. A tal proposito Wagamese, riferendosi alla sua personale esperienza, ha scritto: “Le ferite che ho subito sono andate ben oltre le cicatrici sui glutei”.

Indian Horse è stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival del 2017, lo stesso anno in cui purtroppo lo scrittore Richard Wagamese è passato a miglior vita.