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In difesa di Mute

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Mute è appena uscito su Netflix, e le recensioni disastrose si sprecano, con buona pace del regista Duncan Jones. Al signor Jones gli amanti della fantascienza non potranno mai smettere di dire grazie per il suo Moon, una perla intimista a basso budget ambientata nello stesso universo di Mute.

Ma al netto di un breve easter egg che si svolge alle spalle del muto protagonista, i due titoli sono estremamente lontani. Il lungometraggio di produzione Netflix fa senz’altro sfoggio di ben altro budget e possiede una direzione narrativa incerta, a voler essere buoni.

A livello immaginifico Mute sa lanciare molti input interessanti, ma che purtroppo restano di sottofondo: cybersesso, clonazione, loschi figuri privi dagli occhi bianchi e la bocca nera sono un contorno cool che aggiungono atmosfera ma nulla più alla storia.

Lo stesso Leo, il protagonista, ha un background che promette profondità ma non la mantiene. E’ interessante il distacco tra il suo essere (apparentemente) pacato, sommesso, silenzioso e lontano dalla tecnologia in modo improbabile già per i nostri tempi, figurarsi in una Berlino del 2052.

Lo stesso Leo, il protagonista, ha un background che promette profondità ma non la mantiene.

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Le promesse sono quindi interessanti e il film si prende i suoi tempi nel costruire empatia verso Leo e verso il suo amore per Naadirah, la donna che gli ha rubato il cuore e la cui scomparsa è centro della storia.

E’ proprio questo il problema: la storia, che non decolla, si divide tra i binari di Leo e di due ex-medici militari invischiata con la malavita, di cui un Paul Rudd dotato di un paio di mitici baffoni è quello stronzo e problematico. O forse no.

Proprio la convergenza delle vicende verso il filo comune dovrebbe essere il viaggio che dà mordente al film, ma la verità è che ci si perde fino a che non capiamo davvero chi è l’antagonista.

L’epilogo sa però emozionare, e francamente non condivido chi ha stroncato anche le prove attoriali: Skarsgard lavora bene considerando l’assenza della voce e Rudd restituisce benissimo un uomo pieno di tensione. Certamente va perdonata qualche ingenuità -una su tutti il fatto che Leo pesti senza grosse difficoltà chiunque si trovi davanti-, ma Mute sul finale rialza la testa e l’amore di Leo, così come quello di Jones per la sua opera, sono palpabili.

E allora vanno forse messi da parte i confronti con le opere prime, i tecnicismi e le dilungaggini, ricordandosi che il cinema non deve sempre eccellere e far riflettere. Se emoziona, è già al di là del puro intrattenimento no?