Home Rubriche NETFLIX Highwaymen – L’ultima imboscata – La Recensione

Highwaymen – L’ultima imboscata – La Recensione

 

Frank Hamer (Kevin Costner) e Maney Gault (Woody Harrelson) sono ormai due claudicanti ex-agenti da tempo in pensione. La loro mira con le pistole non è più quella di una volta e le loro prostate sono sempre più grandi. Eppure quando sei un un Texas Ranger ci rimani fino alla morte. In fondo anche la stessa parola rangers deriva da “to range over” appunto “girovagare”.

Quando Miriam A. Ferguson (una tatcheriana Kathy Bates), la prima governatrice donna del Texas, è costretta a richiamarli in servizio, visti i fallimenti delle nuove leve, Frank e Maney non si tirano indietro. Questa volta però non è una semplice caccia a l’uomo. Anzi per l’esattezza è una caccia ad un uomo e alla sua elegante metà. Due giovani ribelli, sanguinari assassini per alcuni e novelli Robin Hood per molti. Parliamo ovviamente della famigerata coppia di Bonnie e Clyde.

Siamo negli anni ’30 e l’America si lecca ancora le ferite dopo la Grande Depressione. Milioni di persone sul lastrico e una generalizzata sfiducia nel sistema e soprattutto nei confronti delle banche. Sono anni in cui la criminalità, sia organizzata che non, sforna alcuni dei nomi più noti della “mala” americana. Gangster come John Dillinger, “Baby Face” Nelson e “Machine Gun” Kelly. I due anziani agenti fanno il pieno di armi e iniziano la loro missione.

Il regista John Lee Hancock (non a caso texano) evita di confrontarsi con i precedenti film sulla coppia più pericolosa d’America e sposta l’attenzione sui due anziani rangers. L’autore di film patinati come Saving Mr. Banks (Disney) e The Founder (McDonald’s), torna a parlare del e al cuore degli States, dei suoi miti e delle sue icone. Un viaggio attraverso le atmosfere desaturate e polverose dell’America di provincia che unitamente alla presenza di Woody ricordano le avventure di Rust Cohle e Marty Hart, nella prima stagione di True Detective.

Non un buddy movie dunque, piuttosto un “Lood inside America” molto old-school e piuttosto destrorso.

Il ritorno sulle scene del crimine dei due “good guys” è anche un modo per Hancock di condannare l’isteria collettiva dei giovani, che in quegli anni si vestivano imitando gli abiti dei due ricercati (in particolar modo Bonnie). Dall’altra parte, come aveva fatto Robert Lorenz con Clint Eastwood nel film Di nuovo in gioco, elogiare l’importanza dell’esperienza sul campo più delle tecnologie, in questo caso investigative.

Da questo punto di vista, parliamo appunto di una pellicola conservatrice di stampo fordiano, che procede fieramente con il passo sciancato dei due protagonisti.

Curiosa è poi la parabola di Woody Harrelson dal ribelle Mickey Knox della coppia Tarantino/Stone in Assassini Nati al “masticato” Maney Gault, quasi ad evidenziare questa involuzione/evoluzione della società americana.

Ottima la fotografia del veterano John Schwartzman (Armageddon e Pearl Harbor, tra i tanti) alla terza collaborazione con il regista.

Nel complesso un buon film che, per queste qualità tecniche e fotografiche, più che per inventiva, sarebbe stato meglio vedere al cinema e non in pantofole a casa (vista l’esclusiva Netflix). Ma forse, in fondo, anche noi stiamo diventando più anziani, conservatori ed esigenti.