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Da Manhattan a New York: Mistress America

Mistress America

Il duo Noah BaumbachGreta Geriwg è tornato. Dopo la bellissima e frizzante pellicola “Frances Ha” ecco così arrivare nelle sale italiane Mistress America, che segue per la sua quasi totalità il filone della precedente pellicola del regista americano.
Sempre due donne protagoniste, due personalità che s’incontrano, si completano, diventano l’una la forza dell’altra, e poi si scontrano, buttando quasi completamente all’aria l’idillio da loro precedentemente creato.

Questa volta la protagonista della coppia di amiche non è però la Gerwig, ma l’emergente e bellissima Lola Kyrke, che interpreta la giovane Tracy Fishko, matricola in un college a New York, che crede che la grande mela possa rappresentare per lei l’inizio di una nuova vita. L’illusione della giovane però dura poco : il feeling con la sua compagna di stanza è pessimo, il ragazzo con cui entra in simpatia ( e forse di più ) è già fidanzato, il gruppo letterario in cui Tracy aspira ad entrare la ignora completamente. Serve una scossa, un qualcosa che possa farla entrare nel giro che conta, qualcuno che conosca bene New York e le sue dinamiche: Tracy la trova, è Brooke (Greta Gerwig), quella che a breve dovrebbe diventare la sua sorellastra, una giovane donna dinamica, a suo agio in una metropoli come New York e con in testa mille progetti da realizzare. Proprio quello che Tracy cercava, il faro nella nebbia, la luce che possa illuminare finalmente il suo cammino. Ma affermarsi in un contesto così dinamico, così complesso, così caotico come New York non è semplice, e sia Tracy, sia Brooke, lo capiranno proprio a loro spese.

Se con “Frances Ha” lo sfondo della pellicola di Baumbach era Manhattan, questa volta è la Big Apple a fare da sfondo alla nuova “crisi d’identità” che le protagoniste hanno in Mistress America. Tracy ama scrivere, ha mille sogni da realizzare, ma non riesce proprio a partire. Brooke sembra invece passi più avanti di lei, non ha sogni, ma progetti concreti da portare a termine, ma per quelli, ahimè, serve una cosa, la grana, proprio quella di cui Brooke non sembra disporre, nonostante la sua grande forza di volontà. 

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Baumbach fa ruotare la pellicola intorno a loro, proprio come in “Frances Ha” tutto era incentrato su Frances e Sohpie.
Pellicola basata molto sulla sceneggiatura, sui dialoghi tra le due protagoniste e fra i vari personaggi, il film ha il suo punto più alto quando i personaggi principali si trovano all’interno della mega villa di Dylan (Michael Chernus), ex fidanzato di Brooke, ora sposato con Marie Claire (Heather Lind), ex migliore amica della ragazza. Lo scambio di battute che avviene in questa scena è il picco più alto di una pellicola che fa appunto del dialogo il suo elemento chiave, e che per questo, può non piacere a tutti.

Quello che forse discosta questo lungometraggio dal suo gemello “Frances Ha” è forse l’eccessivo utilizzo di questa tecnica, ed un tono forse un gradino più basso in quanto a freschezza e vitalità.
La Gerwig è sempre bravissima nella sua interpretazione, più matura di Frances, ma sempre inconcludente anche nei panni di Brooke, ed una menzione speciale se la prende anche Lola Kyrke, che ai Gotham Awards del 2015 ha anche ricevuto la candidatura come miglior attrice emergente.

 

VOTI FINALI
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Il Biondo
Capo Redattore e Co-fondatore

Grande amante del cinema, e questo è scontato dirlo se sono qua :­) Appassionato da sempre del genere horror, di nicchia e non, e di film di vario genere con poca distribuzione, che molto spesso al contrario dei grandi blockbuster meriterebbero molto più spazio e considerazione; tutto ciò che proviene dalle multisale, nelle mie recensioni scordatevelo pure. Ma se amate quelle pellicole, italiane e non, che ogni anno riempono i festival di Berlino, Cannes, Venezia, Toronto, e dei festival minori, allora siete capitati nel posto giusto.

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