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Berlinale 2020: Exil

Di immigrazione si è parlato e si parla ancora tanto nel nostro paese.
Ma anche nel resto del mondo, e nel resto d’Europa, la situazione è altrettanto delicata.
L’integrazione è sempre difficile.
Lo è nel nuovo paese in cui si arriva e si vive, lo è con l’ambiente e le persone circostanti.
E può esserlo anche al lavoro.
A sperimentare tutto ciò in Exil, a sue spese, è il tedesco di origini kosovare Xhafer (Misel Maticevic), che nell’azienda dove lavora viene continuamente vessato dai suoi colleghi, con gesti e comportamenti tanto piccoli quanto sgradevoli e scorretti.

Una goccia dietro l’altra, ogni singolo giorno.
E la rabbia, la frustrazione, crescono sempre di più, fino a farlo precipitare in un clima davvero insostenibile (dovuto in parte anche ai condizionatori inesistenti e al caldo che evidentemente fa nell’azienda dove Xhafer lavora).
Ma sfortunatamente per lui, tutta la pesantezza della situazione lavorativa non rimane confinata in quell’ambiente, perchè avrà sulla vittima e sulla sua famiglia, delle lente ed inesorabili ripercussioni.

Sandra Hüller è Nora, la moglie di Xhafer

Alla Berlinale 2020, il regista kosovaro Visar Morina porta nella sezione Panorama il suo secondo lungometraggio incentrato sulla figura di un uomo vittima di mobbing.
Xhafer e noi spettatori siamo subito portati a pensare che tutto sia dovuto alle origini kosovare dell’uomo, che ora vive in Germania.
Con l’andare del film però viene fuori altro, il regista ci pone di fronte ad un dubbio, rimescola un po’ le carte.
La telecamera segue incessantemente il protagonista, in ogni luogo e in ogni azione che compie durante la giornata, ci fa sentire da vicino il peso di quei comportamenti che i colleghi rivolgono a Xhafer, e le conseguenze che essi provocano su di lui e non solo.

Da sinistra Misel Maticevic, Visar Morina e Sandra Hüller

L’elemento della ripetizione è onnipresente nel film e ne diventa la spina dorsale.
Si ripetono ogni giorno le angherie dei colleghi, si ripetono ogni giorno le lunghe camminate che Xhafer fa all’interno della sua azienda per spostarsi da un ufficio all’altro.
E si ripete continuamente un motivo musicale, freddo, sinistro, che preannuncia sempre alcune scene chiave del film.
Tutta la pellicola trasuda di ripetizioni, fino all’esasperazione.
L’esapserazione del protagonista, che perde completamente la bussola, e dello spettatore, che forse con qualche minuto di film in meno poteva gustare meglio una pellicola che con  un più ridotto minutaggio avrebbe raggiunto un risultato davvero maggiore rispetto al comunque già ottimo voto che possiamo sicuramente assegnarle.

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Il Biondo
Capo Redattore e Co-fondatore

Grande amante del cinema, e questo è scontato dirlo se sono qua :­) Appassionato da sempre del genere horror, di nicchia e non, e di film di vario genere con poca distribuzione, che molto spesso al contrario dei grandi blockbuster meriterebbero molto più spazio e considerazione; tutto ciò che proviene dalle multisale, nelle mie recensioni scordatevelo pure. Ma se amate quelle pellicole, italiane e non, che ogni anno riempono i festival di Berlino, Cannes, Venezia, Toronto, e dei festival minori, allora siete capitati nel posto giusto.

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